212: Ode alla panda – 28/06/16

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Per la Fiat, il 1980 non è un anno facile. È l’anno della «marcia dei 40.000» a Torino che segna il punto di massima tensione fra l’azienda, i sindacati e i lavoratori.  Per dare un segnale la fiat cambia rotta. Fino a quel momento gli ultimi modelli si sono tutti chiamati con delle sigle, invece il prossimo modello si chiamerà con il nome di un mammifero. Per la prima volta affida ad uno studio esterno lo sviluppo di una utilitaria che non sia solo una spesa o uno status symbol, ma al contrario dev’essere un bagno di realtà. Il momento storico è uno di quelli in cui non si può sbagliare, e Giugiaro non sbaglia. Il suo progetto è quello di una macchina non molto più grande di una 126, ma molto più alta, in cui ogni particolare è studiato per essere funzionale ed economico, dai vetri piatti, per rendere le riparazioni veloci e poco costose, alla tasca della plancia, con quel marsupio gigante e coi sedili di stoffa che si abbattono. Dalle lamiere a vista, che basta una secchiata d’acqua per lavarle, ai 30 cv di potenza, meno di uno scooter di oggi. Quell’auto è stata presentata al salone di Ginevra, ad un prezzo di 3 milioni e 700 mila lire, pari a 9 stipendi di un impiegato medio. Da allora ne sono stati venduti più di 6 milioni di esemplari ed è l’auto fiat forse più diffusa.

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Prima storia: La panda di Antonio Iachetti

panda fiat20Eccoci arrivati al capolinea. A quel momento in cui ci si guarda negli occhi senza trovare parole per un addio. E la mente viaggia, la memoria scivola, in retromarcia sulla nostra strada. E ricordo come fosse ieri la prima volta che ti ho stretta a me e tu ridevi felice al tocco ruvido delle mie mani impacciate che scalavano le marce grattando. E poi le nostre fughe da tutti e tutto, senza preoccupazioni e pensieri, solo il bisogno animale di migrare a est. Il tempo per una foto sdraiata sul molo di Trieste, la neve sui boschi della Slovenia e poi via di corsa ad ubriacarci all’unico distributore di metano di tutti i Balcani. O le corse in montagna, Gavia, Stelvio, Tonale e Aprica, correndo come matti, con i 4×4 dei milanesi da infilare nei tornanti per dimostrare che non è il numero di palle tatuate sulla carrozzeria a fare di un pezzo di ferro, gomma e plastica un’automobile.  E porterò sempre nel mio cuore la dolcezza di quegli ultimi momenti insieme. Quando oramai invecchiata mi sorridevi ancora, felice come un tempo, anche se si era rotto il riscaldamento. Adesso vai, non posso più trattenerti a me. È giunto il tempo di liberarsi da questo corpo materiale, logoro e vecchio. Torna ad essere semplice e pura emozione e a correre felice e spaccona tra i tornanti celesti. Prendendoti  gioco di quelle anime banali che un tempo furono SUV e fuoriserie.  Ma torneremo ancora a sfrecciare insieme un giorno e a cantare a squarciagola la felicità del nostro incontro. Urlando canzoni contro il  vento fino a rovinarci la gola: tu perché a 50 all’ora sembravi un quadrimotore in decollo ed io perché non hai mai avuto l’autoradio.

 

Seconda storiaME 61975 di Nadia Terranova

pada nadia 750cl-1986“Fu sporgendosi dal finestrino di una fiat Panda bianca targata ME619753 che mia madre venne a dirmi che potevamo rinascere. Venne a prendermi al liceo, con un rossetto scuro, lo sguardo luminoso, una giacca blu alla marinara. Mi salutava ridendo dal finestrino abbassato, con una mano sul volante e i capelli appena smossi. Aveva la cintura di sicurezza allacciata, erano gli anni novanta, eravamo in una di quelle province italiane da far west, dove il codice stradale fatica ad essere riconosciuto e io non vedevo l’ora di abituarmi alle novità, al rumore del gancio che si incastrava accanto al sedile”
 
Nadia racconta di quando la sua vita cambio e questo cambiamento fu segnato da una Panda bianca. Il racconto di Nadia Terranova, intitolato “ME 619753” è contenuto nella raccolta “Quello che hai amato Undici donne. Undici storie vere” a cura di Violetta Bellocchio. Leggetelo anche voi!
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