127: Il mio sindaco – 07/03/17

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Stasera raccontiamo di due sindaci, uno di un piccolo paese della provincia italiana e uno di una grande capitale del Sud America.

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Falciano del Massico (CE)

Falciano del Massico (CE)

Giulio Cesare Fava è un cardiologo che, qualche anno fa, ha deciso di fare la sua parte per la sua piccola comunità. Ha vinto le primarie nel suo comune e nel 2007 è diventato sindaco di Falciano del Massico, piccolo comune di 3700 abitanti, in provincia di Caserta. Il primo e più grande problema che ha dovuto affrontare Fava è stato lo stesso che dal 1964 dal 1964 ha perseguitato tutti i suoi precedessori: quello del cimitero. Quando, più di 50 anni fa, Falciano divenne un comune autonomo, il perito del catasto che fece la divisione con il comune limitrofo di Carinola non si accorse di dover eseguire anche la divisione del cimitero e da allora a Falciano morire è diventato un problema. Ma il sindaco Giulio Cesare Fava ha preso il toro per le corna e ha deliberato l’ordinanza comunale numero 9 del 05/03/2012 il cui oggetto è: «divieto di oltrepassare il confine della vita terrena. Premesso che il comune non ha il cimitero nel proprio patrimonio immobiliare, eccetera eccetera eccetera, ordina che, con decorrenza immediata e nel termine delle possibilità di ciascuno, è fatto divieto ai cittadini residenti di oltrepassare il confine della vita terrena per andare nell’aldilà».

Falciano del Massico non è nemmeno l’unìco paese in cui è vietato morire. Ecco i dieci Paesi al mondo in cui è vietato morire secondo l’Huffington Post. 

 

Playlist puntata:

Caps – Lulu & the lampshades

Enchantée Janvier – Woodpigeon

Bogotà – Ondatropica

Cumbia del Monte – Alex Acosta y su orquesta

 

Prima storia: Storia di un povero sindaco di provincia di Pierangelo Bergamaschi

Foto di Pierangelo Bergamaschi

Foto di Pierangelo Bergamaschi

Penso che non dimenticherò mai quel febbraio del 2012, dover affrontare da povero Sindaco di provincia una nevicata di quelle dimensioni, fu certamente un banco di prova incredibile per le mie medie capacità intellettive, di disponibilità umana e soprattutto di tenuta psicologica derivanti dallo stress e dalla fatica fisica, nell’essere presente e responsabile in prima persona di una intera comunità. Venti giorni di duro lavoro, con il pensiero assillante che, probabilmente, con le esigue risorse delle casse comunali non avrei potuto far fronte alle esagerate spese di spalatura, ma l’orgoglio e il mio senso civico, mi hanno dato la forza, in quei momenti di gettare il cuore oltre l’ostacolo, e di andare avanti. Soprattutto per le zone più isolate e impervie del comune, e a tale proposito questo breve racconto rende, secondo me, bene le sensazioni, il legame di comunità, e la solidarietà umana allo stato puro, vedere come vengono apprezzate anche le piccole cose, i piccoli gesti, un sorriso,

Foto di Pierangelo Bergamaschi

Foto di Pierangelo Bergamaschi

una parola di conforto, come diceva una nota pubblicità, non ha prezzo! Siamo partiti per soccorrere la signora Maria e trasferirla a casa della sorella, la signora aveva fatto richiesta di aiuto alla nostra unità di crisi (C.O.C.), nella serata di sabato sera, per ovvi motivi di sicurezza. Domenica mattina, con il mezzo cingolato da trasporto persone in ambiente montano Bv206 dell’Esercito Italiano, detto il bruco per la sua forma bassa ed allungata, abbiamo percorso la strada che dal centro abitato sale verso la collina, per poi raggiungere la piccola frazione dove la signora Maria viveva e tutt’ora vive. L’equipaggio era composto oltre che da me dai tre miliari dell’esercito e da un tecnico del mio comune, tutti ormai “vecchi” amici visto che questo era già il quarto giorno che passavamo insieme a soccorrere cittadini in difficoltà. Appena raggiunta la piccola frazione, abbiamo lasciato la strada comunale per imboccare la strada privata che porta al podere, dove si trovava la signora da recuperare. La strada era “vergine” nessuno vi era ancora passato, la quantità di neve era impressionante, sul viso di Antonio, caporale maggiore dell’Esercito Italiano, che conduceva il cingolato, è comparsa una smorfia di preoccupazione, apprensione che ha presto coinvolto tutto l’equipaggio, in verità la mia più che preoccupazione, stava diventando paura.

Siamo rimasti tutti in silenzio mentre il motore del mezzo meccanico era al massimo della potenza per oltrepassare il primo, gigantesco, cumulo di neve. Il tracciato della strada non si vedeva, la neve l’aveva completamente coperto, l’autista, seguendo le mie indicazioni e di quelle di Giuliano, procedeva però spedito, seguendo una piantata di ciliegi che costeggiano la strada, ciliegi di cui si vedevano solo i rami, il tronco era completamente coperto, tanta era la neve. Dopo circa una ventina di minuti siamo giunti nei pressi dell’abitazione, ci siamo fermati ad una decina di metri dalla casa, non ci siamo avvicinati molto perché, a detta di Antonio lo spostamento della neve causata dal mezzo, avrebbe potuto danneggiare la casa. Il caporale ha spento il motore, il silenzio era surreale, tutto bianco, la casa si vedeva appena. Siamo scesi e, spalando la neve con le pale in dotazione al mezzo, abbiamo raggiunto il portoncino di ingresso, l’abbiamo aperto, la chiave era nella toppa, qui si usa così! La signora Maria ci è venuta incontro, una arzilla signora, vispa e sicura di sé, ma con gli occhi lucidi dall’emozione! “Maria la siamo venuti a prendere!” dico io, presentandomi. Non mi riconosce, mi dice: “Sa non esco quasi mai”, in compenso, mi confida di conoscere molto bene mia moglie. Ci chiede una cortesia, intanto che vi preparo il caffè, fatemi la “rotta” per raggiungere la cuccia dei cani che si trova vicino al fienile, sapete è da due giorni non mangiano! Avvisata telefonicamente del nostro arrivo dal centro di crisi, aveva già preparato una valigia con gli indumenti da portare con sé, sono pochi mi dice: “ma tanto sto via poco, appena la strada è percorribile torno a casa mia! ….sono del ’36, e una neve così non l’avevo mai vista!” Intanto tornano i militari, mentre noi beviamo il caffè, Maria è preoccupata, pensa di non farcela a salire dentro al carro armato, noi non gli spieghiamo, che quello non è un carro armato, ma la confortiamo dicendole che l’aiuteremo noi a salire. Il ritorno è più agevole, seguiamo le tracce lasciate sulla neve all’andata, arrivati a destinazione la signora è felice, ci saluta, abbraccia il figlio che l’aspetta, e sentendosi importante gli dice: “Hai visto! ti preoccupavi tanto per me, è venuto nientemeno a prendermi il Sindaco con il carro amato”.

 

Seconda storiaMockus, un sindaco fuori dal comune di Sandro Bozzolo

Antanas Mockus

Antanas Mockus

Antanas Mockus conduce una campagna elettorale ludica, come se la corsa al municipio fosse un gioco da vivere senza il timore di perdere alcunché. Una sfida amichevole alla cittadinanza stessa, invitata a partecipare in prima persona. Ogni volta che incontra i suoi sostenitori e i cittadini Mockus pone la stessa domanda ai presenti: «Che cosa fareste voi, se foste il sindaco?».
Questa (apparentemente) semplice chiave di lettura dei decisionali politici rappresenta il perno dell’azione di Antanas Mockus e costituisce l’avanguardia di una politica orientata verso la costruzione di un nuovo paradigma, basato sulla condivisione e sulla partecipazione.
sindaco-fuori-comune-antanas-mockus-bogotaUno dei successi più evidenti di Mockus si basa sulle modifiche apportate al formulario per la dichiarazione dei redditi. Il sindaco ha aggiunto una semplice riga: «Volete contribuire con il 10% delle vostre tasse a far funzionare meglio la città?». La risposta, puramente volontaria, all’appello è stata una valanga di contributi nelle casse comunali, che ha continuato ad affluire anche in seguito, quando il professore non era più sindaco. Il miracolo è riuscito: la fiducia è tornata.

Noi abbiamo letto la storia di Antanas Mockus sul libro “Un sindaco fuori del comune La democrazia partecipativa esiste” scritto da Bozzolo Sandro per la casa editrice EMI. Leggetelo anche voi.

 

 

 

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