172: Non proprio come volevo – 09/05/2017

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Stasera parliamo di un errore durante una conferenza e di un ragazzo che ha fatto male i suoi calcoli.

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Wan Hu

Wan Hu

Wan Hu è un leggendario mandarino e inventore cinese vissuto nel XVI secolo che tentò per primo di sollevarsi da terra usando dei razzi. Wan Hu costruì un veicolo composto da una sedia a cui erano stati applicati quarantasette grossi razzi a polvere pirica, nel tentativo di spiccare il volo e raggiungere la luna.

Sempre secondo la leggenda, dopo che i razzi furono accesi da quarantasette addetti ci fu una grossa esplosione ed una volta diradato il fumo né Wan Hu né il suo veicolo furono più visti da alcuno. Di lui rimase solo uno stivale. Wan Hu è tutt’oggi considerato quindi un leggendario pioniere dell’aviazione od addirittura il primo astronauta, pertanto un cratere lunare della faccia nascosta è stato intitolato a lui, il Cratere Wan-Hoo.

 

 

Playlist puntata: 

Pleasure – Baxter Dury

Gwan – Rostam

Yes, I’m changing – Tame Impala

Crystalised – The XX

 

 

Prima storia: Il miglior fallimento di Fabio Mora

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È l’inizio di ottobre del 2014, venerdì mattina. Dal finestrino di un treno Frecciabianca osservo una giornata splendida, cielo sereno e caldo tiepido per quasi mezza Italia. Ho 24 anni ed nella vita sono un programmatore, in qualche modo insegno alle persone che fanno un mestiere simile al mio a farlo un po’ meglio. Sto andando da Ancona per parlare ad una conferenza. Una routine che ho fatto decine di volte, una presentazione di quaranta minuti in un’aula universitaria. Le stazioni scorrono tutte uguali e durante il viaggio, lavoro al computer, leggo, rileggo e sistemo la presentazione che devo fare. Ripasso lo schema e quello che ho da dire. Ne sono abbastanza soddisfatto. Arrivo ad Ancona nel tardo pomeriggio, incontro un po’ di colleghi e amici. Ridiamo, scherziamo, ci facciamo una bella cena a base di piatti marchigiani. Olive ascolane, lumachelle, stocco, coniglio e dolci di ogni genere. Arrivo in hotel alle undici di sera, ripasso ancora un po’ lo schema della presentazione e poi me ne vado a dormire. Il giorno dopo mi sveglio e vado dritto in università. La giornata si apre con una plenaria di uno speaker famoso e poi si divide per temi. Io sono il primo. Entro in aula, collego il computer al proiettore che stranamente funziona al primo colpo, l’assistente mi chiede di preparare il telecomando e mi lascia due bottiglie d’acqua. La sala si riempie, prima le file centrali, poi le più alte ed infine le prime davanti a me. Ci sono circa duecentocinquanta persone davanti a me. La maggior parte sono tecnici che fanno il mio stesso lavoro, ma anche economisti, consulenti, giornalisti, curiosi, hobbisti e autorità. Guardo i volti, cerco persone che conosco e ricambio qualche sguardo di saluto, sono tante. Sento salire quella sensazione strana di dover parlare di fronte a qualcuno che si conosce di una cosa che hai scritto tu. E’ qualcosa che è un misto tra l’aspettativa, il giudizio e l’ansia da prestazione. Cerco di non pensarci e inizio a parlare. Gesticolo, scherzo, le persone mi seguono, l’attenzione è alta e la platea sembra seguirmi. Vado avanti tranquillo per una decina di minuti, fino a quando, mi volto verso lo schermo per indicare un’immagine sulla presentazione proiettata alle mie spalle ed ho l’illuminazione: ho detto una cretinata.

Quello che ho appena detto e scritto non sta in piedi. Ho commesso un clamoroso errore logico. Finisco la frase e mi blocco, poi faccio una pausa inusuale. Forse cinque, dieci secondi, che però in quel momento sono tantissimi, interminabili. La mia mente si annebbia, perdo il filo, torno sulla slide prima e poi quella dopo. Nessuno parla, neanche io, l’attenzione era ancora alta, io non so cosa dire, esito e dico qualcosa come “c’è un errore”. Mi giro, bevo un goccio d’acqua, guardo il pubblico che aspetta, nessuno commenta. Poco dopo parte un applauso, qualcuno mi grida “Vai, forza”. Io non so cosa dire. Bevo un altro goccio d’acqua, cerco di riprendere il filo ma capisco che non c’è verso. Per quanto mi sforzi, non riesco a ripartire. Provo a saltare dei passaggi e la presentazione diventa inutile. Faccio un passo avanti verso la prima fila, vado a braccio, completamente. Finisco sette minuti prima del timer che avevo davanti a me. Il pubblico applaude, chiedo se ci sono domande timoroso di aver esaurito e stufato la platea. Invece ce ne sono, e sono tante, un sacco di mani alzate. Rispondo fino a che l’assistente non mi fa segno di uscire, perché deve arrivare lo speaker successivo. Esco dall’aula e vado a sdraiarmi nel cortile fuori, su una panchina al sole distante dal viavai. Mi sento un cretino che non ha studiato la lezione, quello che a scuola andava volontario alle interrogazioni e poi prendeva quattro. Passa un amico, Alberto, un ingegnere sui 40 anni, presentatore molto più esperto e navigato di me. Sorrido e gli chiedo timoroso “Come è andata” e lui risponde “Non è andata bene, ma alla fine ce l’hai fatta”. Io rido e lui prosegue. La giornata scorre lunghissima fino al pomeriggio. Alle sei tutto finisce. Io sono esausto, saluto velocemente, tiro un sospiro di sollievo e cerco di sparire nel più breve tempo possibile. Vado verso la stazione, salgo sul treno e mi sento già un po’ più al sicuro. È finita, inizio a lasciarmi alle spalle Ancona e la figuraccia che ho fatto. Sul treno prendo il computer e vado sul sito della conferenza. Incredibilmente i commenti sono quasi tutti positivi. A quel punto sono confuso, mi sento di nuovo un cretino, anzi so che sono un cretino, ma forse nessuno se n’è accorto.

 

 

Seconda storiaIl fotomodello rumeno

Vigoressia

“Fu allora che conobbi il Truzzo. Era un appassionato di body building, che era diventato una scultura vivente. Glabro dalla testa ai piedi e senza nemmeno un goccio di grasso addosso, quasi 115 chili di muscoli puri. L’ho avvicinato e gli ho spiegato tutto in sala pesi. Mi fa chiamare qualcuno che potrà aiutarmi. Sustanon e Genotropin, ecco l’aiuto della voce misteriosa. Ovvero steroidi, anabolizzanti, testosterone sintetico e ormoni della crescita. Finalmente si vede la differenza. In circa 10 settimane i miei muscoli crescono moltissimo. Ma dopo appena tre settimane di assunzione, comincio ad avvertire anche altri cambiamenti.

La mia mandibola diventa più pronunciata e aumenta lo spazio fra i miei incisivi. La libido dapprima sale a mille e spesso la mia eccitazione è anche accompagnata da un’aggressività per me inusuale, ma ben presto le cose precipitano. Mi accorgo di non sentire più desiderio sessuale. Dopo 5 settimane cominciano le tachicardie notturne, il diabete, gli attacchi di panico, le cefalee devastanti, la pressione altissima. Per fortuna Anna mi aiuta, è lei a spingermi a chiedere aiuto”.

Abbiamo scoperto la storia di Damian, “Il fotomodello rumeno”, leggendo Storie di doping di Raffaele Candini e Gustavo Savino, pubblicato da Mucchi Editore, leggetelo anche voi!

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