174: Da qui non si passa – 11/05/2015

nonsipassa2

Stasera raccontiamo di un viaggio in Perù nella stagione sbagliata e di due uomini che stanno attraversando il Gran Canyon.

Clicca qui e ASCOLTA LA PUNTATA!

Angelo Cereser è uno dei miti della squadra italiana forse con più letteratura alle spalle: il Toro. cesererMa Angelo Cereser è una bandiera ancora più grande per la gente granata per la sua storia venata di malinconia. Arriva a Torino nel 1962 e rimane nel capoluogo piemontese per 13 anni, prima di trasferirsi al Bologna nell’estate del 1975, proprio alla vigilia della stagione dell’ultimo scudetto. Cresciuto nelle giovanili del San Donà viene prelevato appena diciottenne dal Torino. In granata passa i primi tre anni a farsi le ossa nelle giovanili, finché nella stagione 1965-1966 venne inserito in prima squadra. Con l’arrivo al Toro di Edmondo Fabbri nel 1967 trova la sua perfetta collocazione in campo come libero, tanto che da lì non si sposterà più. Gioca 311 partite e segna 5 gol, soprattutto vince 2 Coppe Italia, una nel 1968, l’altra nel ’71 e conquista un secondo posto in campionato nel 1972. Vive la sua giornata di gloria il 21 marzo 1971, quando trasforma due rigori in un epico derby finito 3-3. Lascia Torino come detto nel 1975 e si priva così della gioia più grande, lo scudetto. Abile nel gioco aereo, faceva della grinta il suo punto di forza, badando esclusivamente alla sostanza, e per questo fu soprannominato “Trincea”, dai tifosi granata.

 

Playlist puntata:

Splitter – Calexico

Samba Vexillographica – Devendra Banhart

Ladies of the Canyon – Joni Mitchell

Mighty Mountains – National Park Radio

 

Prima storia: Storie di ordinari dirupi sulle Ande peruviane di Emanuele Ferrarini

foto di Emanuele Ferrarini

foto di Emanuele Ferrarini

Febbraio, Cotabambas, nel bel mezzo della stagione delle piogge. Avevamo portato il tecnico a riparare il forno nella parrocchia di Cotabambas, l’associazione aveva organizzato un corso di “panaderia” – da panettiere – e senza forno, va da se, c’è poco da insegnare… Ma il tecnico non voleva andare: aveva paura di muoversi con l’autobus su quella strada durante la stagione delle piogge. Ma io “No no, vai tranquillo è sicuro, gli autobus vanno e vengono tutti i giorni” e niente, lui non cedeva. E quindi la proposta: “dai ti porto io, tanto devo in ogni caso andare per portare gli ingredienti per il corso…” Il viaggio di andata? Uno spettacolo. 3h e 30 minuti per quei 100 e passa chilometri che dividevano la sede – a Cuzco – da Cotabambas. Saluti, baci, abbracci, il tecnico che sistema tutto e la mattina dopo si riparte. Tempo brutto.Non pioveva, ma voci riportavano di frane cadute durante la notte, lungo il percorso.

foto di Emanuele Ferrarini

foto di Emanuele Ferrarini

L’equipaggio: Io, la mia futura ex moglie Fabiola, il tecnico, una signora volontaria di vicino Firenze e la madre superiora del convento di Cota. La suora, appena salita in macchina, mi guardava dallo specchietto retrovisore snocciolando un rosario e dicendo “No hay passo” (non si passa), mentre la fiorentina – che aveva salutato la notizia del venire con noi della suora con un “non la fare salire che porta sfiga” – alzava gli occhi al cielo. Passano appena 3 chilometri e dobbiamo fare la prima deviazione.

“No hay passo” ripeteva la suora che intanto innalzava i suoi santi, mentre la fiorentina li faceva scendere. Dopo altri 10 chilometri torniamo sulla strada principale ma dura poco. Ci sono sassi in mezzo alla strada. Scendo, li tolgo, risalgo riparto. E la suora ripete: no hay passo. In effetti poco dopo ci fermiamo: una grossa frana ha bloccato la strada. Ora: la macchina è un fuoristrada con il cassone chiuso, in cui oltre ai materiali per le missioni, le medicine e quant’altro poteva essere utile portare, era sempre presente la coppia zappa piccone. “No hay passo” gigioneggia la suora mentre scendo dalla macchina.

Non siamo soli: anche il vicesindaco di Cotabambas e altri tre uomini sono li, per portare

Foto di Emanuele Ferrarini

Foto di Emanuele Ferrarini

del gasolio alla ruspa che deve rimuovere le frane. Iniziamo a spalare, io e i peruviani, a turno, per ripulire la strada. Rendiamo la strada appena appena transitabile, il vicesindaco sale sulla nostra macchina più adatta al fuoristrada e trasportiamo il bidone di gasolio dalla loro alla nostra macchina. Salgono anche i peruviani. Accompagnati dal “No hay passo” della suora ripartiamo, il grosso è fatto. Siamo quasi giunti al punto più basso della strada, dagli oltre 3500 metri si è scesi fino alla riva del fiume, in quello che un cartello definisce il più profondo canyon del mondo. La strada si riduce bruscamente nella larghezza. Ci fermiamo accompagnati dal solito “no hay passo”. In effetti questa volta è dura: la strada si è ridotta di molto, perché franata verso il basso, mentre una frana sulla destra occupa parte della carreggiata. Ripartiamo, superiamo il ponte sul fiume mentre i mosquitos ci martoriano, si ritorna verso l’alto, risalendo l’altro lato del canyon su un tratto di strada a tornanti che … che si blocca subito al terzo tornante. Una grande frana, fango ovunque, un autobus bloccato e tutti i passeggeri giù per strada, sui lati, su quelle che praticamente ora sono diventate rive. Ci fermiamo, scendiamo, sacramentiamo. Ma no, non ci stiamo: scaviamo e poi risalgo in macchina, scaldo i motori e provo a navigare in quel tratto fangoso, avendo ben in mente il No hay passo della suora. E sono fuori. Risaliamo, si riparte. Da adesso in poi è tutto più tranquillo, perché saremo sulla cima, e piano piano ci avviciniamo a Cuzco. Invece delle 3-4 ore di viaggio siamo arrivati dopo quasi 10 ore, cercando ristoro in una polleria dove, io Fabiola e la fiorentina divoriamo un pollo, brindando al no hay passo della suora.

Seconda storia: Pete McBride e Kevin Fedarko

Uno scrittore e un fotografo, Pete McBride e Kevin Fedarko, hanno deciso di fare a piedi un percorso di oltre 1.200 chilometri nel Grand Canyon, per documentarne le condizioni durante le diverse stagioni dell’anno.

Grand Canyon (foto di Pete McBride)

Grand Canyon (foto di Pete McBride)

L’impresa non è delle più facili: prima di loro solo 24 persone l’hanno compiuta e solo 8 di queste persone ci sono riusciti senza pause tra una tappa e l’altra. Non ci è voluto molto perché i due si rendessero conto che il viaggio sarebbe stato più difficile di quanto avessero pensato: si sono trovati a dover affrontare un percorso lungo una serie vertiginosa di sporgenze di calcare, di precipizi, di terreno friabile o scivoloso, senza contare i boschi impenetrabili e le pareti verticali, senza nessun sentiero da percorrere e con un caldo insopportabile. Le fonti d’acqua poi non erano per niente reperibili. All’inizio riescono a completare solo 60 delle 180 miglia previste nella prima tranche del viaggio, ma McBride e Fedarko non si perdono d’animo.

Pete McBride e Kevin Fedarko

Pete McBride e Kevin Fedarko

Il loro viaggio alla scoperta del Grand Canyon non è stata un’impresa: è stata un’esperienza che li ha cambiati interiormente, che gli ha insegnato a vivere secondo natura. Il Grand Canyon non si aspettava la loro presenza e per questo motivo non li ha né accolti né respinti.

Abbiamo scoperto la loro storia sul National Geographic, dalle pagine in cui hanno raccontato di quest’avventura a Doug Schnitzspahn.

 

 

(In copertina un’insegna ferrea sul Monte Pasubio) 

 

Comments

comments

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Notify me by email when my comment gets approved.