175: Fuggi fuggi generale – 12/05/2017

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Stasera raccontiamo la storia di una bambina che fugge dall’asilo e di una famiglia che scappa dal proprio paese in cerca di libertà.

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Il 5 agosto del 1926 un uomo di origini ungheresi chiamato Harry Houdini, famoso per la sua fama di mago escapologo, si sdraiò in una cassa di stagno, il coperchio fu strettamente avvitato e saldato, e fu calato in una piscina dell’Hotel Shelton di New York.

Harry Houdini

Harry Houdini

Dopo 50 minuti, le cose si misero male, il respiro era affannoso e l’aria era irrespirabile ma Houdini resistette per oltre un’ora e un quarto, superando l’impresa di un fachiro che qualche mese prima aveva dichiarato il suo record. Houdini si mantenne calmo nonostante una falla che lasciava filtrare acqua e continuò a respirare ad una frequenza regolare di 17 volte al minuto. Finalmente, dopo circa un’ora e mezzo, disse a Collins di sollevare la cassa. Houdini emerse bagnato ed esausto, ma riuscì ancora a dare spettacolo di sé facendo mostra di respirare profondamente, esibendosi in numerose flessioni e affermando di essere in perfetta forma fisica.

 

Playlist puntata:

Shut up and let me go – The Ting Tings

Nuntereggae più – Rino Gaetano

The great escape – Patrick Watson

High Hopes – Kodaline

 

Prima storia: Fuga dalle suore di Maria Giovanna Geromel

(via Corriere.it)

(via Corriere.it)

Accadde un giorno di fine Aprile del 1969, verso le tre del pomeriggio. A ricordarmelo, per tutta la vita, ci pensò mia madre, ogni qualvolta voleva, nel bene e nel male, sottolineando come fin da piccola, quando qualcosa non mi garbava o la ritenevo ingiusta, pianificassi con la pazienza e la diabolicità degne della miglior mente criminale, le mie rivalse e le mie vendette. Il tutto ebbe come teatro l’Asilo Vittoria, quello del mio Paese, che come la stragrande maggioranza dei bambini tra i tre ed i cinque anni, frequentavo e che distava nemmeno un chilometro da casa mia. Era Parrocchiale, naturalmente, gestito dalle suore, figure verso le quali fin da allora e fatte salve poche rarissime eccezioni nutro un profondo senso di repulsione. A spingermi a mettere in atto quello che si rivelerà essere il mio primo, vero, significativo, atto di ribellione, furono un anno e mezzo di “ingiustizie” che ritenevo di subire.

Se con i compagni tutto filava liscio, così assolutamente non era con le suore. Detestavo il “riposino” pomeridiano cui ci obbligavano, stesi su mini sedie a sdraio da spiaggia, scomodissime, sulle quali l’unica posizione possibile era quella della mummia, anche perché il minimo movimento laterale rischiava di farci debordare, sbalzati dalla tela sempre troppo stretta. E, come non bastasse, la costrizione comprendeva il doversi coprire con la famosa “copertina”, quella grigio-topo, pesante e ruvida tipica di quegli anni, indipendentemente che facesse freddo o sortisse l’effetto sauna. E, soprattutto, eravamo noi femminucce a doverla usare, fosse mai che muovendoci il grembiulino e la gonna cui era incollato salissero e i maschietti potessero godere del panorama. Detestavo, in particolare, il momento del pranzo, mio vero incubo! A settimane alterne la mensa offriva il primo o il secondo piatto con contorno, il mancante lo si portava da casa nel classico “gavettino” che le suore-cuoche tenevano in caldo fin dalle 8.30 del mattino…lascio dunque alla fantasia di ognuno immaginare quale potesse essere la consistenza dei cibi in esso contenuti all’ora di pranzo.

Alle 12 in punto si era ordinatamente seduti in refettorio e, dopo la preghiera d’ordinanza, iniziava il supplizio…almeno per me! Da bambina magrissima quale ero, che mangiava solo perché assalita dai morsi della fame e per pura sopravvivenza, tutto quel cibo, e la sua consistenza, mi dava il voltastomaco. Piluccavo qualcosa, soprattutto i primi piatti, ma quando si arrivava al secondo, la “bistecchina”, più simile ad una suola di scarpa usata che ad altro di commestibile, contornata da un purè di improbabile colore che spargeva un liquido indefinito ed indefinibile per il piatto, il mio cosciente rifiuto raggiungeva l’apoteosi! Ma, ma…Ma dovevamo finire tutto quello che nel piatto era contenuto, pena la punizione. E, di volta in volta, adottai tutte le strategie possibili ad una bambina di 5 anni, per eludere cibo e punizione. Una volta incartai bistecca e purè nel tovagliolo e lo misi nella tasca del grembiule ma venni vergognosamente smascherata di lì a poco, quando la macchia d’unto, si propagò all’esterno del grembiule stesso. In un’altra occasione, pensandomi più furba, con la medesima tecnica, l’infilai nella tasca dei pantaloni e velocemente mi apprestai a gettare il tutto nel piccolo water con la conseguenza di intasarlo, di allagare il pavimento del bagno e di essere nuovamente smascherata.

Niente, insomma ero perennemente in castigo che consisteva nel relegarmi seduta, da sola, in refettorio col piatto non finito davanti fino allo squillo della campanella che sanciva la fine dell’orario e l’uscita da scuola. Ricordo che in un’occasione, nel tentativo di eludere il castigo e di raggiungere i compagni in giardino, divincolandomi dalla morsa della suora che voleva rimettermi seduta al piccolo tavolo, mi aggrappai ai lembi della sua cuffia togliendogliela, scoprendo così che anche lei, contrariamente a quanto pensavo e mi avevano detto, aveva i capelli, pochi, corti, ma li aveva! Poco a poco, dunque, maturò in me l’idea di porre fine a tutte queste “angherie” cui neanche le, seppur sommesse e riverenti, proteste di mia madre riuscirono a sortire alcunché. Da tempo avevo notato che in un angolo del grande giardino la rete di recinzione aveva un buco piuttosto grande. Quel giorno di fine aprile del 1969, a pranzo mangiai tutto quanto mi venisse messo sotto al naso, con grande stoicità nonostante la nausea che prendesse possesso di me e del mio stomaco, facendo pure “scarpetta” nel piatto. Al termine della refezione, e prima dell’odiato riposino, nella mezz’ora di gioco in giardino, cercando di non farmi notare, mi avvicinai alla rete e dal buco uscii all’esterno. Scappai a casa di corsa, a perdifiato, lasciandomi alle spalle le suore, le loro imposizioni e i loro assurdi castighi…

O almeno così speravo!

 

Seconda storia: La mia fuga dalla Corea del Nord

Hyeonseo Lee

Hyeonseo Lee

Hyeonseo Lee è una ragazzina coreana che è riuscita a scappare dalla Corea del Nord insieme a tutta la sua famiglia. Da piccola pensava che il suo fosse il miglior paese al mondo: a scuola aveva studiato molto bene la storia di Kim II-Sung, ma quasi nulla sul mondo esterno. Poi successe che, a metà degli anni novanta, un’enorme carestia colpì il paese: più di un milione di nordcoreani morirono durante la carestia. I blackout divennero sempre più frequenti.

Hyeonseo Lee e la sua famiglia decisero di libro mondadori(1)lasciare la Corea del Nord e restarono per molto tempo separati. Lei, infatti, fu mandata da alcuni parenti in Cina dove il resto della famiglia l’avrebbe raggiunta in un secondo momento. Il loro viaggio fu lungo e pieno di difficoltà, e il fatto che i genitori di Hyeonseo non parlassero cinese non fece altro che complicare le cose. Un giorno tutti i componenti della famiglia furono arrestati. La ragazza era disperata, ma trovò, inaspettatamente, qualcuno disposto ad aiutarla. Ci vollero 14 anni prima che Hyeonseo Lee potesse riabbracciare i suoi cari.

Hyeonseo Lee ha raccontato la sua storia in un TEDTalk che vi consigliamo di vedere e in un libro, La ragazza dai sette nomi. La mia fuga dalla Corea del Nord (edito in Italia da Mondadori).

 

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