176: Per chi ha paura, tutto fruscia – 15/05/2017

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Stasera raccontiamo di una notte in tenda e di una senza, entrambe passate nel bosco.

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Io non ho paura del bosco. forse perché sono cresciuto in un paese di campagna, ma per me il bosco, il buio della natura di notte, non ha mai rappresentato qualcosa di spaventoso. Da adolescenti prendevamo le biciclette o i motorini e andavamo di sera, quando tutto era buio fino al fiume, a un paio di chilometri dal paese, a fare il bagno. Per noi ragazzi era un divertimento estivo, ma che non fosse lo stesso per tutti l’ho capito un giorno preciso. Facevo il liceo e avevo una fidanzata della città. Tra me e lei tutto filava alla grande, ma era molto difficile uscire la sera, io al paese e lei in città, così, appena ho avuto 18 anni ho fatto subito la patente per poter uscire con lei anche il sabato sera. Così, la prima volta che sono andato a prenderla, ho voluto fare esattamente quello che sapevo che i fidanzati con la patente facevano. Un sabato sera sono andato da lei e poi l’ho portata nel bosco, al mio paese fin sull’argine del fiume. Solo che lei era una ragazza di città e aveva paura del bosco di notte. Ha avuto un attacco di panico, ogni mia aspettativa è crollata e si è fatta riaccompagnare subito a casa.

Playlist puntata:

Someone to lose – Wilco

What’s in it for – Avi Buffalo

Fake Plastic trees – Radiohead

Northern Sky – Nick Drake

 

Prima storia: Per chi ha paura, tutto fruscia di Camilla Lami

Foto di Camilla Lami

Foto di Camilla Lami

Io e Caterina siamo amiche da sempre. Ci siamo conosciute a 3 anni, all’asilo dalle suore. Eravamo due pesti, ne abbiamo combinate tante insieme. Non abbiamo nemmeno una foto di gruppo in cui siamo l’una accanto all’altra, ci dividevano sempre perché insieme avevamo troppe idee. La vita spesso divide, ma noi ci siamo sempre ritrovate, in un modo o nell’altro e, come due rotaie parallele, la vita ci ha quasi sempre messo di fronte più o meno alle stesse situazioni: entrambe abbiamo preso la patente a 21 anni invece che a 18 come tutti, entrambe abbiamo lasciato l’università dopo qualche anno, entrambe siamo state in crisi in amore e sul lavoro, quasi contemporaneamente. Avevamo 16 anni credo, quell’estate, e le previsioni per la notte di S.Lorenzo mettevano cielo terso e senza luna, l’ideale per vedere le stelle. Con l’animo un po’ zingaro e un po’ fricchettone che ci ha sempre unito, decidiamo di prendere una tenda, una chitarra, birra, patatine e sistemarci in un campo in campagna, proprio sopra a una collinetta, al limitare del bosco, e dare il via alla nostra notte dei desideri.

Foto di Camilla Lami

Foto di Camilla Lami

Finché c’è il sole suoniamo la chitarra e beviamo birra, quando scende la notte ci sdraiamo sull’erba per guardare le stelle e fare a gara a chi ne conta di più. Passano pochi minuti, e sentiamo il primo scricchiolio. Non eravamo nuove a questo genere di serate all’aperto, ma il limitare del bosco col buio sembrava più vicino e minaccioso che mai. Resistiamo. Passa ancora un po’ di tempo, e di nuovo il bosco scricchiola. Si sentono passi e fruscii e, a quel punto, ci guardiamo e vediamo la paura l’una negli occhi dell’altra. Decidiamo di entrare col corpo nella tenda, tenendo fuori solo la testa, per continuare a vedere le stelle, al sicuro. Inizia a fare tardi, e le previsioni che davano certezza di cielo terso si rivelano ad ogni ora sempre più errate, quando un sottile velo di foschia inizia a coprire le stelle. Decidiamo di rientrare del tutto dentro la tenda, e di metterci a dormire.

Ci sdraiamo l’una accanto all’altra nella piccola tenda, e dopo qualche chiacchera della buonanotte, spegniamo la torcia. Non passano nemmeno 5 minuti che i rumori del bosco lì accanto si fanno sempre più invadenti, e, nel nostro immaginario, minacciosi. La sensazione non è più quella di aver piantato la tenda nel campo, al centro della collina, ma sotto gli alberi nella più fitta delle foreste oscure. Passi, rametti spezzati, scrocchi, ululati, fruscii, folate di vento, tutto quello che udiamo ci sembra un chiaro intento di attacco alla nostra piccola indifesa tenda di stoffa, l’unica barriera tra noi e l’oscurità più totale. Ad un certo punto sentiamo raspare, dapprima lontano poi sempre più vicino, fino a sentire distintamente un rumore di zampe contro il lato della tenda. Io e la Cate siamo ormai abbracciate e con gli occhi sbarrati dalla paura, non osiamo accendere la torcia per timore di attirare animali pericolosi e famelici. Poi, per un momento, tutto tace. Mi faccio coraggio e dico “ma dai, era un raspare piccolo sulla tenda, sarà un rospo, o un riccio o forse una cavalletta” e la Cate, con la voce rotta dalla paura “No! No! Era sicuramente qualcosa con quattro zampe!”.

Foto di Camilla Lami

Foto di Camilla Lami

Ci guardiamo e scoppiamo a ridere perché sia i ricci che i rospi hanno quattro zampe! Decido di sfidare la paura e aprire la tenda per vedere quali belve feroci siano in agguato li intorno. La Cate cerca di fermarmi, non le piace tutto questo frusciare e schioccare di rami che si sente. Io apro lo stesso un pezzettino della tenda, sbircio fuori: il bosco è lontano da noi di almeno 50 metri, siamo sole sulla collina, immerse nella luce della luna che alla fine aveva fatto capolino da dietro l’orizzonte. La pace regna sovrana. Ci svegliamo all’alba, sentiamo delle voci. “Maria, ma cos’è quella roba là? Chiamiamo la polizia!” Caterina mi aveva assicurato che in quel campo, quella notte, non ci sarebbe stato problema ad accamparci perché il perfido vecchio contadino, famoso per aver sparato piombini a più di un intruso che avesse osato calpestare il suo campo, sarebbe stato dai parenti fuori paese. E invece, eccolo la, insieme alla figlia, che veniva ad indagare sulla nostra tenda alle 6 del mattino. Aspettiamo che si allontanino qual tanto che basta a fare su la tenda in fretta e furia, e scappare nel bosco a gambe levate. Per tornare a casa, siamo costrette a passare accanto alla casa del contadino. Sbirciamo dalla finestra, il vecchio è seduto di spalle che guarda la televisione, e sopra il camino, in bella vista, un vecchio fucile. Corriamo via il più silenziosamente possibile. Nel pomeriggio, leggendo un libro, trovo la frase che sarebbe negli anni diventata il riassunto perfetto di quella notte di San Lorenzo: per chi ha paura, tutto fruscia.

 

Seconda storia: Persi nel bosco in Nepal

boscodinotte1Daria si era laureata da poco e dopo aver visto uno strano annuncio era partita per un progetto di studio e ricerca in Nepal. Vive due mesi in un villaggio in alta quota: senza corrente senza acqua nelle case, in una capanna di terra battuta. Conclusa quell’esperienza, sulla via del ritorno Daria e il suo amico Nicola si perdono nella foresta himalayana e sono costretti a passare la notte all’addiaccio. Trovano delle canne secche e accendono un fuoco, che si spegne poco dopo lasciandoli nel buio completo. Decidono di indossare tutto quello che hanno nello zaino e si siedono abbracciati per non sentire freddo. Poi comincia a piovere. “No, anche la pioggia no” pensa Daria e, istintivamente, comincia a stringere i semi che le aveva dato la sciamana del villaggio prima della partenza. Dopo mezzo minuto smette di piovere e il cielo si riempie di tutte le stelle del firmamento.

In quella notte passata nel profondo della foresta himalayana succede un’altra cosa strana, che la stessa Daria ci racconta: “Comincio a sentire qualcosa di strano, una specie di canto, di nenia femminile, intorno a noi, non si capiva bene. Dopo tantissimo tempo in silenzio ho detto al mio amico: «Ma lo senti anche tu?» e lui: «Sì».

Daria oggi lavora a Radio3 e ci ha raccontato questa storia in una serata che Mauro Pescio organizza tutti i mesi a Roma. Ascolta il suo racconto!

 

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