177: Scoperte inaspettate – 16/05/2017

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Stasera raccontiamo di un parto alla mezzanotte del 31 dicembre e dell’inventore dei raggi X.

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A metà del 1700 circa, Maria Teresa d’Austria, appassionata di scacchi, incaricò il barone Ritter von Kempelen, uno strano inventore, di costruirgli un automa capace di giocare a scacchi.

Il "Turco meccanico"

Il “Turco meccanico”

Il barone si mise al lavoro e realizzò il cosiddetto “Turco meccanico”. “Il Turco” era una macchina che aveva l’aspetto e il vestiario di un uomo mediorientale, turbante compreso, collegato a una grossa cassa, pieno di ingranaggi, sopra cui era posizionata una scacchiera. Sfidarono il Turco i migliori scacchisti europei, personaggi politici e protagonisti della cultura del XVIII secolo, tra cui Luigi XV, Beethoven, Napoleone e Edgar Allan Poe. Nessuno fu in grado di decifrare l’estrema complessità del congegno, fatto di rondelle, morse e fresette, inserite dentro al tavolo del turco, che si esibiva prima di ogni partita. Il Barone spiegava che il robot, tramite un arcano algoritmo, fosse capace di pensare come un giocatore umano, prevedendo le mosse dell’avversario. Nessuno riuscì a cogliere in fallo il suo inventore, fino al giorno in cui uno sternuto svelò il trucco. All’interno del blocco su cui si poggiava la scacchiera, fra gli ingranaggi, si nascondeva un nano, contorsionista e maestro scacchista.

 

Playlist puntata:

Ghir Enta (I only love you) – Souad Massi

There’s a light – Shirley Ann Lee

X-Ray style – Joe Strummer & the Mescaleros

The moment – Tame Impala

 

Prima storia: Un brindisi indimenticabile di Francesco Rubino

baby-born-in-mediterranean“Auguri! Auguri! Buon anno! Auguri anche a lei!” Queste erano le voci che si rincorrevano in mezzo ad un confuso brusìo all’interno del grande salone che ci accoglieva per festeggiare la fine del duemila quindici. E tutto ciò sembrava normale ed in effetti poteva esserlo se in quell’instante, di grande euforia e gioia, fosse scoccata la fatidica mezzanotte del trentuno dicembre. Ma per noi, quell’instante, scoccò esattamente cinquanta minuti dopo che il duemila sedici era già entrato nella storia dell’umanità. Non era un vezzo collettivo e neanche una scelta snob quella di festeggiare quando il silenzio aveva già ripreso il posto dei giochi d’artificio e dei “botti” con cui, tanti altri e direi la totalità, aveva brindato all’anno che arrivava ,ma sostanzialmente era stata una scelta imposta dagli eventi. Eh già, gli eventi imprevisti ed imprevedibili, che quella sera, anche un bravissimo sceneggiatore di film, avrebbe fatto molta fatica ad immaginare! Mancavano infatti ,quasi dieci minuti alla mezzanotte del trentuno ,quando, diversi di noi, riuniti in quel salone, di un bellissimo resort sul mare, di quella bellissima costa che unisce Agrigento a Ragusa, appesantiti dalle abbondanti libagioni iniziate verso le nove di sera, accaldati per i riscaldamenti accesi a tutta manetta per contrastare l’umidita del mare appena sotto di noi ,che decidemmo di uscire sul terrazzo prospiciente il salone, che si affacciava alto non più di due metri direttamente sul mare. Mentre qualcuno accendeva una sigaretta, qualche altro passeggiava per il terrazzo , io ed il mio amico Giovanni ,medico, ci affacciammo sul mare, dove in lontananza, a destra e a sinistra, si scorgevano tante luci accese di case sul litorale ,di interi paesi vicini e qualche gioco d’artificio partito in anticipo. Un bellissimo paesaggio, accompagnato da una meravigliosa colonna sonora, emessa da un leggerissimo sciacquettìo delle onde, per la verità non usuale per il mese di dicembre, che si infrangevano lievi sulla costa sotto di noi. Mentre commentavamo con Giovanni la bellezza di quella costa, cominciammo ad udire, sempre più distintamente, i lamenti, le grida smorzate di qualcuno che evidentemente si trovava molto vicino alla nostra postazione. Invitammo gli altri che stavano con noi sul terrazzo a far silenzio e sporgendoci col busto, fuori dalla ringhiera che delimitava il terrazzo, cercammo di capire e vedere da che parte provenissero quelle voci. Ma, un po’ per il buio, un po’ per la costa abbastanza frastagliata, un po’ per la forma della costruzione, che intervallava sporgenze a rientranze, nonostante non riuscissimo a vedere nulla, individuammo la direzione da dove provenivano quelle grida e senza pensarci un attimo, sia io che Giovanni, imboccammo istintivamente e di corsa la scaletta, che dal terrazzo portava alla spiaggia, percorrendola poi, verso destra e in fretta, direzione da dove provenivano le urla comprensibilmente di donna, frammiste a richieste d’aiuto.

Percorremmo una ventina di metri, quando alla nostra destra intravedemmo l’uscio socchiuso di un locale da dove provenivano la fioca luce di una candela accesa e le urla, sempre più strazianti di una donna e nessuna altra voce. Con molta accortezza, spingemmo la porta in legno e la scena che si presentò ai nostri occhi, sono certo, che rimarrà impressa nella nostra mente per tutti gli altri giorni che il buon Dio vorrà regalarci su questa terra. Distesa su un paio di cartoni di grandi dimensioni, usati come materasso, con le gambe divaricate e i piedi che puntavano il pavimento,giaceva una donna di colore,  sicuramente dell’Africa, in evidente avanzato travaglio di parto. Con molto garbo, ci avvicinammo a lei, che parlava bene l’inglese e uno stentato italiano, tranquillizzandola ed aiutandola a compiere quanto stava per accadere. Nel frattempo, qualche amico che ci aveva seguito nella discesa verso il mare, attratto anche dalle nostre grida di richiamo, appena raggiuntici e vista la scena cominciò a chiedere aiuto ad alta voce. Noi, invece, invitandolo alla calma, lo rimandammo indietro di corsa, per telefonare ad una ambulanza e farci portare da qualche altro la borsa di lavoro che Giovanni teneva sempre in macchina. Tra una doglia e l’altra  tra una spinta e la successiva ,rassicurata dalla nostra presenza , riuscì a dirci che proveniva dal Mali, che si chiamava Fatima, che aveva 22 anni e che si trovava nascosta lì,da cinque giorni e che suo marito e sua sorella, appena lei aveva cominciato il travaglio, erano andati in cerca di soccorsi. Mentre ci raccontava tutto ciò e rilassatasi dal nostro dialogo e dalle carezze che alternavo,alla detergenza della sua fronte e mentre Giovanni, in qualità di ginecologo, maneggiava e dava consigli, arrivò la spinta decisiva, che portò totalmente alla luce un piccolo bellissimo gioiello, ad occhio di circa tre chili, che Fatima si affrettò a chiamare Amal che in arabo vuol dire “speranza”.

Pulito alla meglio Amal e dopo che Giovanni aveva rescisso e suturato il cordone ombelicale grazie agli attrezzi che aveva in borsa, sostenuti anche dagli astanti, accalcati all’uscio della porta che al primo vagito di Amal, avevano fatto partire un lungo applauso, lo adagiammo sul ventre di Fatima, abbracciamo entrambi e non so perché, ci ritrovammo tutti e tre, con abbondanti lacrime che scendevano copiose dagli occhi. Nell’attesa dell’arrivo dell’ambulanza, per la verità non molto solerte, Fatima ci raccontò che circa dieci giorni prima, erano stati letteralmente scaraventati su una spiaggia vicina dal gommone che dalla Libia li aveva portati fin lì  pagando tremila dollari a testa e che erano fuggiti dalla guerra e dalla fame del Mali circa nove mesi prima e che, a piedi o con mezzi di fortuna, erano arrivati in Libia circa cinque mesi dopo, per poi  essere sequestrati e rinchiusi, per oltre quaranta giorni, in una baracca di una spiaggia vicina a quella da cui sarebbero partiti per l’Italia, pagando altri cinquecento dollari a testa,solo per essere stati prescelti per l’imbarco, in quanto il gommone non poteva accogliere tutti quelli che precedentemente erano stati rinchiusi in quella stanza sul mare libico. A sentire quel racconto, la rabbia verso i trafficanti stava per prendere il sopravvento sulla gioia irrefrenabile che provavo in quel momento, per essere stato utile a qualcuno, che certamente aveva bisogno di aiuto e soprattutto di essere stato, ancora una volta, testimone della nascita di una nuova vita, che probabilmente avrà speranze maggiori e migliori di quelle dei suoi genitori. E mentre mi perdevo in questi pensieri, consegnammo Fatima ed Amal al medico del “118” che stava per trasportarli al vicino ospedale di Ragusa, il più vicino della zona, per gli opportuni controlli e sviluppi del caso. Mentre li caricavano sull’ambulanza , sopraggiunsero il marito e la sorella di Fatima, che tra pianti e abbracci, non finivano mai di ringraziarci , mentre qualcuno dei miei amici, consegnava loro una somma in denaro, che precedentemente, aveva avuto la brillante idea di raccogliere. Guardammo l’orologio ed erano esattamente mezzanotte e trentacinque; Nessuno di noi si era accorto o aveva pensato al brindisi di mezzanotte e cosi, dopo esserci lavati, rimessi a posto gli abiti e rientrati tutti nel salone delle feste, a mezzanotte e cinquanta in punto, stappammo le bottiglie, la musica riprese a suonare, sulla spiaggia furono accesi i giochi d’artificio e spostando virtualmente le lancette indietro di cinquanta minuti, per noi, in quell’istante, arrivava l’anno nuovo.

 

Seconda storia: L’inventore dei raggi X

​La prima radiografia medica eseguita da Röntgen il 22 dicembre 1895 alla mano sinistra della moglie Anna Berthe. È visibile anche l'anello

​La prima radiografia medica eseguita da Röntgen il 22 dicembre 1895 alla mano sinistra della moglie Anna Berthe. È visibile anche l’anello

L’8 novembre del 1895 Willelm Rontgen, mentre sta risistemando il suo laboratorio dagli esperimenti sui raggi catodici, scopre per caso un nuovo raggio sconosciuto: un raggio capace di attraversare alcuni materiali, tra cui la carne, e non altri, tra cui le ossa. Non sapendo che razza di raggi fossero decide di chiamarli con il nome dell’incognita x. Nacquero così i raggi X. “Quei raggi sconosciuti passavano attraverso la carta, il legno, la carne, ma non attraverso le ossa e i metalli e, inoltre, impressionavano le lastre fotografiche”, disse lo stesso Rontgen.

La sua scoperta rivoluzionò il mondo della medicina: per la prima volta i medici potevano guardare dentro il corpo. Solo un anno dopo, nel 1896, i raggi X erano già utilizzati per esaminare le fratture ossee. Il Premio Nobel gli fu assegnato nel 1901 e la motivazione recitava: «Per aver scoperto gli incredibili raggi che oggi portano il suo nome».

Abbiamo letto la storia di Willelm Rontgen e della sua importante scoperta su Il Post.

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