178: Non è mio figlio – 17/05/2017

Cropped shot of young couple with son and daughter strolling in grassy field

La puntata di stasera racconta di un padre in prestito per poche ore e di un uomo che perde la capacità di riconoscere i volti delle persone.

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“A 12 anni ho iniziato a scrivere lettere a Michael, e in certi periodi gli ho scritto ogni giorno. Lui le ha ricevute e lette per quattro anni. A 16 anni ho viaggiato da Boston a Las Vegas e l’ho incontrato di persona. Da lì siamo diventati molto amici. Quando Michael tornò in California, sono andata là, sono stata sua ospite per una settimana e dopo mi chiese di traslocare.. L’ho fatto, ma in California, la situazione era complicata: lui era solo immerso nella sua musica e io ho cominciato a frequentare qualcun altro e sono rimasta incinta, ma il tizio si arrabbiò molto e mi disse che il bambino non era il suo. Quando lo raccontai a Michael, lui compose ‘Billie Jean’. Mi disse: ‘Ho scritto questa canzone per te.'”

Questa storia l’ha raccontata una tizia che si chiama Teresa Gonsalves poco dopo la morte di Micheal Jackson sostenendo che lei è la protagonista della canzone più famosa di Micheal Jackson quella che è rimasta in classifica per 76 settimane facendo diventare Thriller l’album più venduto della storia. E la strofa più famosa di Billie Jean è proprio “Billie Jean, He is not my son”.

 

Playlist puntata:

The real deal – The Deslondes

Can’t help falling in love – Beck

Youth – Daughter

Ooh la la – Faces

 

Prima storia: Papà in prestito 

bambino-dormeEra l’inizio di giugno del 2007, mezzanotte circa, io e mia figlia Francesca di 9 anni eravamo da circa tre ore al Pronto Soccorso di un grande ospedale di Verona, la nostra città. Francesca aveva la febbre e lamentava un forte dolore all’inguine, probabilmente non si trattava di niente di allarmante, ma i risultati delle analisi invitavano alla prudenza e così il medico ci aveva chiesto di fermarci, per sospetta appendicite. Nella stanza del reparto di Pediatria, dove ci accompagnarono per la notte, c’era già qualcuno, una signora abbastanza giovane con un bambino piccolo che stava piangendo. Salutammo e ci sistemammo nel letto, che avremo dovuto condividere. Francesca era abbastanza tranquilla, il dolore si era affievolito. Il bambino intanto, che non si era ancora accorto di noi, continuava a piangere, così mi avvicinai al loro letto per informarmi sul suo stato di salute. Appena avvertì la mia presenza, il bambino si girò, mi vide e immediatamente si slanciò dalle braccia della madre verso di me, perché lo prendessi. Sorrisi e chiesi alla mamma il permesso che lei, probabilmente sfinita dal lungo pianto, mi concesse quasi senza esitare. Incredibile, appena fu in braccio a me smise di frignare, mi guardò intensamente con i suoi occhioni azzurri e poi appoggiò la sua testolina, bionda e riccioluta, sulla mia spalla, lasciandosi andare completamente.

La madre mi spiegò che lui si chiamava Francesco e aveva venti mesi, che erano di Milano ed erano ricoverati qui per la febbre e le convulsioni che avevano colpito il piccolo nel pomeriggio, mentre si trovavano in un parco acquatico della provincia di Verona. Inoltre aggiunse che, da quando erano arrivati, quella era la prima volta che smetteva di piangere. Un po’ inorgoglito da questo improvviso successo paterno, cominciai a girare per la stanza con Francesco, parlandogli dolcemente di tutti gli oggetti che vedevamo, come ero uso fare con i miei figli per tranquillizzarli, e anche con lui questa strategia sembrò funzionare. Poi, dopo un breve lasso di tempo, mi avvicinai alla madre per riconsegnarlo, ma Francesco non ne volle sapere di tornare da lei, si aggrappò a me con tutte le sue forze e la respinse con decisione. Ci fu un momento di imbarazzo totale che però riuscii a superare scherzandoci un po’ su. Passarono una decina di minuti e, quando Francesco ormai sembrava parecchio assonnato, ritentai il trasferimento tra le braccia materne, ma appena si accorse che lo stavo lasciando, cominciò a urlare. Niente da fare, aveva deciso che io ero il suo salvatore e taumaturgo. Ci volle un’altra mezz’ora buona, e solo quando si fu addormentato completamente, prima che riuscissi a metterlo nel suo lettino con le sponde, accanto a quello della madre, che intanto non sapeva più cosa fare o dire per scusarsi. Parlammo un altro po’ e poi ci augurammo la buonanotte. Mi coricai accanto a Francesca che era ancora sveglia e aveva assistito al tutto, tra un misto di curiosità e sorpresa. Durante la notte non accadde nulla di particolare, dormii pochissimo e poco dopo l’alba mi svegliai. Appena mi alzai dal letto, Francesco balzò in piedi nel lettino e rivolse subito le braccia verso di me. Non ci potevo credere, sua mamma neppure. Io ero un po’ combattuto, da una parte mi sentivo una specie di eroe, dall’altra provavo una discreta dose di imbarazzo per la mamma, che oltretutto mi sembrava una persona così gentile e dolce. Comunque andò così, passai quasi l’intera mattina con Francesco in braccio, riuscii a fare una pausa solo quando lui fece colazione. Anche quando arrivò sua nonna da Milano, si ripeté la solita scena: braccia protese verso di me. Restammo insieme fino al momento delle dimissioni, in tarda mattinata. Prima di uscire dalla stanza, dopo che finalmente fu in braccio alla mamma, Francesco, che sapevo già che non avrei mai più rivisto nella mia vita, si girò un’ultima volta verso di me, verso quel papà in prestito, quel papà di una sola notte, si portò la piccola manina alla bocca e mi mandò tanti baci con la mano, come sanno fare solo i bambini, che io ricambiai, enormemente commosso.

Seconda storia: L’uomo che non riconosce i volti

133932-133650Tom Conces è un uomo americano che non ama stare molto in mezzo alla gente. Un giorno scopre che  di avere dei problemi seri nel riconoscere i volti delle persone.

“Sono seduto nella sala d’aspetto del medico” racconta “e c’è un corridoio in cui appare una bambina che sta piangendo, è mia figlia, sta piangendo e la devo aiutare. Le vado incontro, la abbraccio, poi mi siedo e la metto sulle mie gambe, lei per l’emozione si fa la pipì addosso. sono tre mesi che non la vedo e le dico che va tutto bene. A quel punto esce il dottore che si avvicina e mi dice di lasciare quella bambina, gli dico “è mia figlia”, e lui “Lasci andare quella bambina, non è sua figlia” a quel punto metto giù quella bambina la guardo a distanza e capisco che è vero, non è lei. Il medico mi chiede una spiegazione, ma io spiegazioni non ne ho, come si può spiegare che un padre non riconosce la sua figlia”.

Tom va dal medico, fa un test e scopre di essere affetto da quel disturbo che lo rende “face blind” (letteralmente “cieco ai volti”). Quel disturbo si chiama prosopagnosia e, tecnicamente, è un deficit percettivo del sistema nervoso centrale che impedisce di riconoscere i tratti di insieme dei volti delle persone. Quindi non c’entra la vista, ma il modo in cui lavora il cervello rispetto alla vista. Noi abbiamo scoperto la sua storia in una puntata di Snap Judgment, ascoltatela anche voi!

 

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