198: La vita che mi ha cambiato la vita – 14/06/17

i monaci e la loro aura di mistero

La puntata di stasera parla di un viaggio di un anno in Thailandia e di un premio nobel danese sconosciuto.

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Nel febbraio del 2016 il comune di Lamporecchio in provincia di Pistoia ha voluto rendere omaggio a 4 suoi concittadini che hanno lasciato un’impronta indelebile al comune in cui sono nati. A loro sono state intitolate quattro vie. Le quattro persone prescelte sono state Maria Assunta Pierattoni, antifascista della primissima ora, Ardengo Sostegni,  partigiano, Lido Romanelli,promotore dello sviluppo cooperativo e Ilvo Baronti,il gregario del grande Gino Bartali. “Occorre guardare al passato per vedere il futuro  – ha detto il sindaco citando Tucidide, dal palco del teatro di Lamporecchio, nel giorno della cerimonia – ed è anche grazie a loro che la vita dei lamporecchiani è cambiata in meglio”.

 

Plalyst puntata:

Please please please, let me get what I want – The Smiths

Friend – Byrd & Heart

Ulisse – Appino

California Dreamin’ – The Mamas & the Papas

 

Prima storia: La vita che mi ha cambiato la vita di Sara Debolini

Sara e i suoi genitori al momento della partenza (Foto di Sara Debolini)

Sara e i suoi genitori al momento della partenza (Foto di Sara Debolini)

Ciao a tutti, tra poco vi parlerò del perché una vita mi ha cambiato la vita, ma prima mi voglio presentare: mi chiamo Sara, ho 23 anni, studio scienze politiche e vivo in un piccolo paese vicino a Firenze. Inizio con il dirvi che il mio piccolo paese mi è sempre stato stretto, soffocante, fin troppo piccolo per i miei grandi sogni; così a 15 anni ho preso la decisione che mi ha cambiato la vita. A quel tempo non sapevo quali sarebbero state le conseguenze, non sapevo assolutamente cosa aspettarmi e non sapevo che nel giro di pochi anni mi sarei guardata indietro ringraziando tutti gli dei del cielo per quella decisione coraggiosa.  Il mio sogno è sempre stato quello di

La classe tailandese (foto di Sara Debolini)

La classe tailandese (foto di Sara Debolini)

viaggiare e conoscere il più possibile delle diverse culture del mondo, quindi, spronata da mio padre, sognatore più di me, ho preso la decisione: sarei andata per un anno a studiare all’estero. L’estero, questa cosa strana indefinita, per mia nonna l’estero era già Siena, per mio babbo era l’America, per me l’estero era il paese più strano e diverso che potessi immaginare: la Thailandia. Dopo un lunghissimo percorso di formazione in cui quei santi dei volontari sono riusciti, ancora non mi spiego come, a convincere mia mamma che dalla Thailandia sarei tornata con tutti e 4 gli arti e con tutti gli organi al loro posto, sono partita. Ho salutato tutti gli amici, ho stretto forte mia nonna, ho strizzato le gote a mio fratello, mi sono presa baci, abbracci e

Sara con la sua famiglia tailandese (foto di sara Debolini)

Sara con la sua famiglia tailandese (foto di sara Debolini)

tante raccomandazioni dai miei genitori e con la mia valigia piena di regali, sogni e tante paure sono partita alla volta dell'”estero”. Dopo quelle interminabili ore di volo sono arrivata nella torrida Bangkok, la città degli angeli, così la chiamano i thailandesi, e un po’ di angeli li ho visti quando dopo più di 20 ore dentro aeroporti e aerei sono arrivata nello smog, nell’umidità e nella calura thailandese. Siamo stati qualche giorno a Bangkok, dove ho incontrato tantissimi ragazzi impauritissimi come me della pazza e strana decisione che avevano preso, poi, dopo 15 ore di autobus rumoroso e scomodo sono arrivata nel mio piccolo paesino, dove ho incontrato la mia famiglia, la famiglia che mi ha accolto in casa loro come una figlia, che mi ha insegnato a camminare, a parlare, a mangiare, a salutare e a fare tantissime altre cose. La mia nuova famiglia è composta da madre, padre, 2 sorelle e compresa nel prezzo c’era una fantastica nonnina, piccola e sorridente che mi ricordava tanto la mia nonnina italiana. L’avrete già intuito, tra me e la famiglia Makin, così si chiamano, è stato subito amore. Pochi giorni dopo essere arrivata in quel piccolo, coloratissimo, rumorosissimo e stranissimo paesino al confine con il Laos, ho iniziato ad andare a scuola; Perché sì, a differenza di quanto dicevano i miei professori italiani, in Thailandia non ero in vacanza, ma anzi, andavo a scuola tutti i giorni dalla mattina alle 8

Sara in uniforme (foto di Sara Debolini)

Sara in uniforme (foto di Sara Debolini)

fino alla sera alle 6. La scuola in cui studiavo era enorme, 4000 studenti che la mattina alle 8 si sedevano in tante file ordinate, sotto il sole cuocente, per assistere all’assemblea mattutina, con inno, alzabandiera, preghierine e chiacchiere varie. In classe eravamo 50 (si avete letto bene) 50 ragazze, cosa per me assurda perché in Italia studiavo in un istituto tecnico, eravamo 12 in classe di cui io ero l’unica femmina. Il primo giorno di scuola mi venne sbattuto in faccia quanto quella nuova vita in cui mi ero cacciata fosse differente e distante (non solo geograficamente) dalla vita che per 16 anni mi ero creata. Le cose non cambiarono certo al secondo giorno di scuola, perché raccontandola così sembra che davvero mi sono fatta un anno di vacanza, pieno di cose belle e nuove; ma purtroppo, o per fortuna, non è stato così, è stato molto molto difficile inserirsi in quella nuova vita, nella nuova routine, nella nuova famiglia, crearsi un nuovo gruppo di amici.

Assemblea mattutina (foto di Sara Debolini)

Assemblea mattutina (foto di Sara Debolini)

I giorni sono passati, poi sono passate le settimane, la nostalgia di casa, dei baci e degli abbracci piano piano è svanita. Sono passati i mesi e dopo più o meno 4 mesi riuscivo a masticare il thailandese, mi stavo piano piano inserendo nella famiglia, nella scuola, ma soprattutto mi stavo adattando alla vita calma e bucolica di quel paesino sulle rive del fiume Mekong. La mia nuova vita thailandese era scandita da sveglie all’alba per fare la fila per la doccia, doccia che consiste fondamentalmente in un secchio pieno d’acqua da cui con una bacinella ci si tira l’acqua addosso; vita fatta da uniformi un po’ sgualcite; scandita dall’inno, di cui piano piano stavo imparando le parole. le mie giornate erano fatte di risate con le mie compagne di classe, perché pronunciando male una parola dicevo una parolaccia; era fatta di riso a colazione, pranzo e cena e di cibi piccanti, fin

Amici e compagni di viaggio (foto di Sara Debolini)

Amici e compagni di viaggio (foto di Sara Debolini)

troppo; era fatta dai segreti che le mie sorelle mi raccontavano la sera prima di andare a letto, tutte e 3 strette in un letto matrimoniale con il caldo torrido e il ventilatore sempre attaccato; era fatta di monaci che con le loro tuniche arancioni camminavano per le città avvolti da un’aura di mistero e tranquillità. Era fatta di amici nuovi, thailandesi, italiani, tedeschi, canadesi, buddisti, cristiani o mussulmani, non era importante. La mia nuova vita era fatta d’ amore. Non che in Italia non mi sentissi amata, badate bene, ma in Thailandia ero amata per la vera me, non quella che per 16 anni i miei genitori, i miei amici, i professori e il piccolo paese dove vivevo, mi avevano cucito addosso; ma la vera e autentica Sara. In Thailandia mi sentivo finalmente libera. Che poi in realtà libera lo ero poco perché la mia famiglia thailandese era molto più severa della mia famiglia italiana: a casa prima del tramonto, non si esce la sera, non si esce con i ragazzi eccetera eccetera, ma mi sentivo comunque libera, libera di essere me stessa. In quell’anno ho viaggiato tanto, ho fatto un corso di massaggi thailandesi, poi un ritiro spirituale buddista, ho conosciuto scrittori, musicisti e semplici viaggiatori, che con lo zaino in spalla girovagavano per il sud est asiatico. Ho conosciuto amici, che in quei viaggi mi hanno accompagnata per una sola sera o per settimane intere, e qualcuno che ancora mi accompagna adesso. Ho visto la parte bene della Thailandia fatta di grattacieli e negozi occidentali. Ho visto la parte brutta, purtroppo, fatta di povere ragazze costrette ad accompagnarsi a grassi e sudati occidentali. Ho visto la parte povera fatta di bambini nudi e scalzi che giocavano nella terra arida. Ho visto l’inondazione più disastrosa mai avvenuta in Thailandia, l’umanità e la solidarietà che i thai hanno tirato fuori in quell’occasione. Ho visto la sorpresa negli occhi quando al mercato del mio paese ordinavo parlando la loro lingua, oppure quella negli occhi di anziani e bambini quando nell’autobus incontravano me, bionda, con gli occhi azzurri e con la pelle bianchissima. Ho provato una gioia così grande che ancora oggi non so descrivere, quando per la prima volta ho capito che mia mamma mi stava presentando come sua figlia, sia perché l’aveva detto, sia perché l’avevo capito.

 

Seconda storia: L’improbabile successo di un premio nobel danese in Tailandia

Karl_GjellerupIl premio Nobel per la letteratura del 1917 fu assegnato a pari merito a due scrittori danesi: Henrik Pontoppidan e Karl Adolph Gjellerup. Il primo è considerato l’esponente più rappresentativo della narrativa naturalista in Danimarca, il secondo è quasi sconosciuto nel suo Paese. Quando vinse il Nobel, Gjellerup viveva in Germania, scriveva spesso in tedesco e quasi non era considerato un autore danese dai suoi connazionali.

C’è un paese però, e non è la Germania, dove Gjellerup è molto famoso e una delle sue opere, il romanzo di ispirazione buddista “Il pellegrino Kamanita”, continua a essere letta anche a distanza di un secolo. Questo paese è la Thailandia.

LA COPERTINA DI UN'EDIZIONE THAI Il pellegrino KamanitaIn una puntata che si intitola “La vita che mi ha cambiato la vita”, la seconda storia è quella del premio Nobel danese sconosciuto in patria, ma diventato un padre della letteratura in Thailandia, pascal, state con noi. Noi l’abbiamo scoperta grazie a questo articolo de Il Post che vi consigliamo di leggere.

(foto di copertina si Sara debolini)

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