202: Senza darsi per vinti – 20/06/17

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Stasera raccontiamo di un volontario alla sua prima esperienza contro le calamità naturali e di una cantante che ha debuttato alla scala da clandestina.

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Era il 1967 quando uscì uno degli album più strani di tutta la musica rock. L’album aveva sulla copertina una banana, dipinta da un artista molto famoso che era anche il produttore dell’lp e conteneva una decina di tracce troppo sballate per essere immediatamente recepite. L’album si intitolava col nome della band che non era nemmeno classificabile come una vera e propria band, ma che è passata alla storia per essere forse il gruppo musicale più cool di sempre. L’album era “Velvet Underground”, dei “Velvet Underground & Nico”, appunto. L’uscita fu un flop, la casa discografica non seppe valorizzare quel lavoro e le radio commerciali non erano pronte per qualcosa di così fuori dagli schemi. La migliore posizione in classifica la raggiunse a maggio, alla 195esima posizione. In autunno venne ritirato dal mercato. Eppure quell’album ha fatto la storia del rock. resta un punto di riferimento. Brian Eno in un intervista, molti anni dopo disse: “Stavo parlando con Lou Reed l’altro giorno e mi ha detto che il primo disco dei Velvet Underground ha venduto 30.000 copie nei primi 5 anni. Ma io ringrazio il cielo che non si sia dato per vinto e sia andato avanti. E poi quell’album è stato importante per tantissime persone. Sono sicuro che chiunque abbia acquistato una di quelle 30.000 copie, ha formato una band”.

 

Playlist puntata: 

Sweet Jane – Velvet Underground

Gold mine – Terry Lee Hale

Crucify Your Mind – Sixto Rodriguez

Poor butterfly – Carmen McRae

If this Ain’t love (Don’t know what it is) – Nicole Willis & the Soul Investigators

 

Prima storia: La scelta di Riccardo Maria Strada

Immagine di Venzone dopo il terremoto del 1976

Immagine di Venzone dopo il terremoto del 1976

La macchina, la mia otto e mezzo bianca, odor di muffa e deodorante alla mela verde, faceva risuonare l’asfalto lungo la strada che costeggia quell’angolo di acqua che passa dal canale Piovego al fiume Bacchiglione. Erano le nove ed un quarto di sera e come al solito ero in ritardo alla lezione del corso FIPS per sommozzatori sportivi, ma era una delle ultime lezioni, e ormai entravano tutti con molta calma. Ancora un attimo e l’arrivo in piscina, appena in tempo per vedere il pallone che la copriva, ondeggiare leggermente, almeno così mi era sembrato. Ma non era quella la nota strana, in quella serata di maggio in cui il termometro segnava trenta gradi. Trenta gradi non si erano mai visti in quel periodo, ma la cosa era piacevole, visto che la piscina non riusciva mai ad essere riscaldata come si deve, coperta da quel pallone pompato di aria calda che si raffreddava subito. La cosa strana era che tutti, compagni di corso ed istruttori, erano fuori, nel parcheggio, ma in costume, con le ciabattine, e qualcuno di loro gocciolava ancora. Il terremoto, il terremoto, tutti a parlare di terremoto… ed io non lo avevo sentito. Ma in Italia di terremoti ce ne sono tanti… ogni tanto trema un po’ e poi siamo a Padova vivaddio, terreno alluvionale, sabbion, ghiaia ed argilla… cosa vuoi che sia… Tutti dentro, si fa lezione ! Il pensiero, mentre mi rimettevo in macchina con i capelli che puzzavano di cloro però c’era. Da qualche parte ci sarà un epicentro… speriamo che non sia successo niente di grave… ma sotto sotto… erano tre anni che ero volontario nel primo gruppo tecnico di protezione civile in Italia. Stavamo sperimentando qualcosa di assolutamente nuovo… trenta ragazzi, studenti, professionisti, medici, che venivano addestrati dai vigili del fuoco di Padova e, quando la forza del Comando non bastava, intervenivano, fianco a fianco dei pompieri, in incendi di bosco, alluvioni, trombe d’aria… Mentre la macchina scorreva lungo le riviere, tornando a casa, era irreale vedere tutta quella gente in pigiama, maglietta, qualcuno in mutande, accampata nelle rive erbose del Piovego. Poi l’arrivo a casa, tutto il condominio in cortile, a parlare animatamente; mio padre che dormiva tranquillamente nel suo letto (se non mi hanno ammazzato i caccia inglesi e le bombe americane figurati un terremoto….) e mia madre che mi viene incontro… “Riccardo, è passata una macchina dei pompieri, i telefoni non funzionano più, dovete andare tutti al comando”. A mezzanotte l’ordine di Marchini, l’ing. Marchini, il vicecomandante. “Andate a casa a prendere quello che vi serve, tra un’ora si parte” – “e dove andiamo ?” – “non lo so ! forse in Friuli, forse in Jugoslavia, forse… chissà” Il bivacco, seduti sugli zaini fino alle tre, poi la partenza, ma per dove ? Intanto si va ad Udine, comando provinciale, alle cinque meno un quarto, un caffè, una stiracchiata per sciogliere i muscoli intorpiditi dallo strapuntino sul motore dell’APS e poi la destinazione: Venzone. Eravamo i salvatori, i soccorsi, carichi della baldanza e dell’eccitazione dei più forti, finalmente l’azione, un terremoto vero. Ma a Udine appena qualche calcinaccio per terra, qualche crepa, tanta agitazione ma niente di catastrofico e mentre lentamente, troppo lentamente, la nostra sezione viaggiava verso nord ci sentivamo quasi fregati, ci avevano imbrogliati. Qualche calcinaccio, una notte in bianco e la nostra baldanza, la nostra forza, il nostro essere “i salvatori”, tutto sprecato.

Poi, piano piano, qualche casa inclinata, qualche muretto a terra, tanta gente sulle strade, e quelle fessure, quelle spaccature sull’asfalto. Io ero molto giovane, inesperto e impreparato. Inesperto della vita, ma soprattutto inesperto della morte. Erano tre anni che mi preparavo a quella mattina; erano tre anni che mi addestravo, o meglio, venivo addestrato, ad entrare in operazioni, ad essere un salvatore. E lo ero, ero forte ed eccitato, avevo lavorato con i miei compagni per tre anni sui mezzi rossi, sulle scale, con le attrezzature, le manichette dei vigili del fuoco di Padova…. scale, corde, salvataggi, salti e voli nel vuoto…. noi eravamo la cavalleria, eravamo l'”Arrivano i nostri”. Quando saltavamo giù dal camion dei Vigili, allacciandoci con quel gesto veloce, apparentemente spontaneo, ma studiato, il cinturone, avevamo sempre gli occhi di tutti addosso, incutevamo rispetto, sicurezza e fiducia. Noi eravamo i soccorsi. Quanti incendi di bosco avevo spento, e quanti soccorsi avevo fatto, trombe d’aria, nubifragi…aspettando…. aspettando… aspettando.

Così quel sei maggio 1976, quando era passata l’auto comando a prendermi a casa, e poi, quando il comandante ci aveva detto “ragazzi abbiamo bisogno di voi” noi eravamo finalmente gli eroi, quegli eroi che ci avevano insegnato ad essere. Ed eravamo tutti giovani, inesperti e preparatissimi. E, ad un tratto, dietro la curva, improvvisamente quel paese. Ma era un paese? Cosa era quel cumulo di pietre con un cartello e la scritta “Venzone”? Era mai stato un paese? E quelli che avevamo visto lontani dalla strada, quelle macchie nella prima luce dell’alba, erano tutti così? Erano tutti un indistinto polverone grigio ed ocra che puzzava di bruciato ? Erano tutti volti sporchi, braccia insanguinate e occhi fissi nel vuoto. Ci aveva colpito come un maglio allo stomaco, all’improvviso; come poteva essere successo? Cosa era successo? Erano forse le sei del mattino, le sei e mezza; eravamo alle porte di Venzone, di cui non sapevo neanche l’esistenza, di cui non restava una casa in piedi. E poi Ilario, il capo sezione mi chiama: “Vieni Riccardo, andiamo io e te a dare un’occhiata… dì ai tosi di stare qui, che ‘i spéta”. Ilario era alto, forte, paterno e buono. Ed era il nostro istruttore. Una specie di grande orso Yoghi dalle mani d’acciaio, che sapeva sempre dove metterle, che fosse per issare un ferito al secondo piano, oppure per affettare la sua mitica soppressa con l’aglio. Mi ero allacciato il cinturone e mi ero avviato al suo fianco, forte di quella investitura sul campo. Gli occhi del tenente degli Alpini, quegli occhi che volevano piangere e non ce la facevano; “me diga tenente come xéa…” – ” credevamo che non arrivaste più, abbaiamo lavorato tutta la notte, credevamo che non arrivasse più nessuno, adesso non ce la facciamo più”. Aveva messo gli uomini di guardia, con l’ordine di sparare agli sciacalli, ma questo forse non lo poteva dire. “ci porti dentro tenente” – “no… no andate, io non posso, non ci torno, andate voi, andate…” quel gesto vago e gli occhi che volevano piangere e non ce la facevano. “vieni Riccardo, andiamo a dare un’occhiata” I primi passi, ancora l’orgoglio del salvatore, i primi passi a fianco di un uomo esperto, deciso, ed i ventidue anni che avevo addosso si gonfiavano mentre infilavo i guanti da lavoro, gialli, come quelli degli ufficiali di cavalleria dei films. I primi passi da salvatore. E gli ultimi. Quel vecchio, in piedi, dignitoso ed educato. Quel vecchio che era stato lì tutta la notte e vedeva i primi soccorsi. Ed i primi soccorsi eravamo io ed Ilario.

 

Fu dopo pochi metri che lo notai… era un vecchio magro, un contadino, di un’età avanzata… più mille anni. Era vestito con un paio di pantaloni marroni, una giacca principe di Galles verde e portava una coppola di velluto marrone, e ci guardava facendo segno con una mano…. I nostri passi pesanti interrotti “scusate…” ed Ilario “si nonno, cosa volete ?” – “scusate, per favore… qui, qui sotto…” e indica un mucchio di sassi e travi spezzate, “qui sotto, c’è una mia amica… la potete tirare fuori ?… è tanto che aspetto, io ci ho provato, ma non ce la faccio…” Lo sguardo rapido di Ilario, quel pesare la situazione in un attimo… ” La sua pacca sulla spalla, la sua mano di ferro incredibilmente leggera … uno sguardo alle macerie e poi, quasi dicendolo a me, più che al vecchio…… “me spiase, nonno, ora dobbiamo pensare ai vivi, non possiamo tirare fuori i morti…… vieni Riccardo”… mi voltai, gli voltai le spalle, e seguii Ilario; più in là, forse, c’erano dei vivi da salvare. Pochi passi, e giuro che sentii con queste orecchie il rumore di tutte le giunture delle ossa del vecchio che, dopo una notte di speranza, dopo aver visto in noi la salvezza si accartocciava appoggiandosi ad una pietra per non cadere, scivolando sulle macerie, nella disperazione. Non dimenticherò mai, finché avrò vita, quel rumore. E mentre sentivo quel rumore immane, che sovrastava ogni altro boato, con il vecchio, si sgretolavano le mie certezze, il mio essere salvatore, il mio “ora arriviamo noi” … venivano mescolati alla polvere che calpestavo, e non sarebbero tornati mai più. ho fatto molti altri interventi. Ho visto la morte, ci siamo guardati negli occhi, e non una volta… ed ho dovuto fare altre scelte… ma come sono cambiato in quei trenta secondi non è accaduto e, credo, non accadrà mai più.

 

Seconda storia: La Carmen clandestina

anita-Rachvelishvili-450«Sono cresciuta con due genitori che cantavano sempre, anche sotto le bombe, quando a Tbilisi c’era la guerra civile. Cantavano anche quando, per via del conflitto, hanno perso il lavoro e papà, da musicista rock, si è trovato muratore e mamma, da ballerina classica, parrucchiera. Io, a 5 anni, suonavo il piano. A 17, cantavo jazz e soul». La vita di Anita Rachvelishvili ha avuto molte svolte inattese fino a quando si è scoperta mezzosoprano ed è diventata una stella della lirica. Nel 2009, a soli 25 anni, appena uscita dall’Accademia della Scala dov’era arrivata con una borsa di studio, si era presentata a un’audizione per la particina di Mercedes nella Carmen di Georges Bizet, ma Daniel Barenboim, dopo averla sentita, l’ha voluta invece come protagonista. Ma, nonostante il ruolo da protagonista, ha rischiato di cantare alla prima della Scala da clandestina. In tasca, fino a pochi giorni prima del debutto, aveva soltanto il visto d’ingresso.

La sua è una storia per i diritti, in fuga dalla guerra. La storia di una ragazza che ha sempre combattuto contro le difficoltà e per la sua famiglia. Noi l’abbiamo scoperta su Job24 de Il Sole24ORE, leggetela anche voi!

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