204: Oggetti dimenticati – 22/06/17

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Stasera raccontiamo di una casa abbandonata e la storia recente del Cile.

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Le ultime parole di “Hotel California” degli Eagles recitano: “You can checkout any time you like, but you can never leave”, che più o meno significa “puoi lasciare la stanza quando ti pare, ma non puoi mai andartene”. Ma quella è l’immagine romantica di una canzone scritta bene, in realtà negli hotel è molto più frequente, più che lasciare un pezzo di sé stessi, dimenticare qualche cosa. A quanto risulta dalle testimonianze raccolte in una trentina di hotel di lusso aderenti ai Great Hotels of The World, si possono abbandonare cose molto strane. In una stanza del Quay Hotel in Galles,  ad esempio è stato trovata una bambola in stile tribale con vari accessori per il piacere di legno.  Al Londa di Cipro è stato invece rinvenuto un antico libro con una vecchia copertina senza titolo, scritto in uno strano linguaggio sconosciuto e riposto accanto a una misteriosa custodia senza serratura. al St. Nicolas Bay di Creta qualcuno ha dimenticato due piccoli pesci rossi in una palla di vetro e al  Gran Hotel Bahia del Duque a Tenerife un magnifico pappagallo cockatoo e al Tivoli Marina Vilamoura in Algarve qualcuno ha addirittura dimenticato uno squaletto a nuotare nella scarsa e soprattutto non salata acqua della vasca.

 

Playlist puntata:

Hotel California – Eagles

The promise – Chris Cornell

The great escape – Patrick Watson

Cristobal – Devendra Banhart

 

Prima storia: Racconto di Claudio Ghiberto
casa-5Qualche anno fa ebbi il piacere di fare l’esperienza di vivere per un anno con altri 4 ragazzi all’interno di una comunità che, ancor oggi, accoglie famiglie in difficoltà. Il progetto “Comunità nella comunità” voleva far provare a dei ragazzi la vita in una famiglia allargata ed al servizio degli altri. Quest’ultimo non venne proposto per un po’ di anni, il che comportò una rimessa a nuovo di uno degli alloggi non abitati a disposizione. Oltre alla classica affrescata ai muri e la pulizia “profonda”, dal momento che nessuno di noi aveva un soldo in tasca per permettersi qualcosa di nuovo, dovemmo procurarci un mobilio con pezzi di recupero raccattati da altri traslochi. La stessa comunità ci indicò una vicina cascina da svuotare. Se non ricordo male, prima del nostro arrivo fu utilizzata per dare ricovero a donne uscite dal mondo della prostituzione o, comunque, fu un luogo di passaggio per tante persone di chissà quali luoghi e chissà quali culture. Era agosto, parcheggiammo nel cortile interno, la fronte imperlata di sudore. La vecchia cascina di fronte a noi ci trasmise la malinconia di un posto che aveva perso il suo splendore e la sua giovinezza lasciando ai nostri occhi solo uno stato di abbandono. Entrammo in punta di piedi e tutti in religioso silenzio quasi come segno di rispetto per il luogo; i miei occhi impiegarono qualche minuto ad adattarsi al fresco buio interno, in netto contrasto con la calda luce esterna. Mobili e oggetti accatastati in grosse piramidi presero forma davanti a me: ci guardammo e senza che ci dicessimo niente, cominciammo la competizione per trovare il pezzo migliore. Mi separai subito dai miei compagni per esplorare le altre stanze.

La casa era un labirinto e la penombra aiutava a perdersi. Dopo aver trovato una scrivania, un comodino e una planisfero, il mio sguardo cadde su una scatola di legno rettangolare grande come due palmi di mano e con incise sulla sua superficie delle scritte in ebraico. Mi sentii come Indiana Jones davanti ad uno scrigno. Soffiai via la polvere e tentai di aprirla ma il suo coperchio a scatti mi fece cadere il contenuto per terra. Mi svegliai dalla mia immedesimazione e constatai che erano un paio di occhiali da  vista da donna simili se non uguali a quelli che ebbe mia nonna durante tutta la sua vita. Intanto sentii arrivare rumorosi i miei coinquilini che, eccitati dalla caccia e bramosi di trovare altri oggetti, ruppero l’atmosfera di magia. Con un gesto istintivo e quasi protettivo verso quell’oggetto che mi aveva portato alla mente una persona che mi era stata così vicina partendo probabilmente da molto lontano, nascosi velocemente il tutto dietro a dei cereali scaduti da chissà quanto tempo e alla domanda: “Che fai?” risposi solo: “Mi sono incantato un attimo, andiamo a caricare il furgone…”. Inizialmente pensai di tornare a prenderli lontano da occhi indiscreti, poi riflettendoci mi parve più giusto far continuare il viaggio a quell’oggetto e tenere segreto per me solo il ricordo di quel momento; fino ad oggi.

 

Seconda storia: Le donne cilene che cercano i frammenti dimenticati delle persone che hanno amato

GAL_1Nel deserto di Atakama un gruppo di donne cerca i resti dei propri cari. Cercano tracce lasciate dai soldati dell’esercito di Pinochet: frammenti di crani, resti ossei, bottoni e altre prove dimenticate in quel deserto. Per 17 anni la dittatura di Pinochet ha assassinato e sepolto i cadaveri di migliaia di prigionieri politici. Poi, perché i corpi non venissero ritrovati, li ha disseppelliti e portati altrove, li ha gettati in mare o li ha portati nel nulla.
locandinaI soldati dicono che in quel deserto non c’è nulla ma finche non troveranno tutti i loro cari, le donne di Calama non fermreanno la loro ricerca. Anche se le forze vengono meno, sentono il dovere di andare avanti, di vivere costantemente in una condizione di ricerca. A spingerle avanti è la speranza di trovarli. Una di loro dice: “Se hanno messo i corpi in una miniera abbandonata, alla fine lì troveremo. Se li hanno buttati in mare, un giorno troveremo almeno un bottone arrugginito sul fondo. Quella sarà la nostra traccia da seguire. Abbiamo il dovere di continuare a cercarli”.

Noi abbiamo scoperto la loro storia grazie a un bellissimo documentario che parla di un osservatorio astronomico che si trova proprio a Calama. Il film si intitola “Nostalgia della luce” ed è stato realizzato dal regista Patricio Guzmàn. Uscito nel 2010, vincitore di uno European Film Award come miglior documentario, il film è arrivato in Italia lo scorso anno grazie al Biografilm Festival.

 

 

Il regista Patricio Guzmán, conosciuto a livello internazionale per aver diretto i tre documentari della Battaglia del Cile (L’insurrezione della borghesia, 1975; Il colpo di stato, 1977; Il potere popolare, 1979) e poi ancora Il caso Pinochet (2001), Salvador Allende (2004) e in ultimo La memoria dell’acqua (2015), torna ancora una volta a indagare le ferite del suo Paese, reduce dalla repressiva dittatura di Pinochet durata quasi vent’anni.

 

(immagine di copertina via HuffPost)

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