205: Finalmente libera – 23/06/17

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Stasera raccontiamo la storia di un gruppo di speleologi e di una donna che è stata una schiava in un epoca in cui schiavi non lo si è più.

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A una settimana di distanza dal nostro rientro da Bologna per il Biografilm Festival, uno dei ricordi più cari che ho è legato ad uno degli attori di un film afgano chiamato “Nothingwood” che ha vinto il premio come miglior documentario. Uno dei suoi protagonisti si chiama Qurban Ali Afzali, ed è stato premiato con un premio che di solito si da a un film ma che la giuria ha voluto dare a lui con questa motivazione “Afzali incarna l’unicità e diversità di ogni individuo, e appartiene di diritto alla comunità internazionale delle arti performative e del cinema”. Qurban era emozionatissimo in sala a Bologna e ha dato fondo a tutte le sue doti di attore che si sente una donna anche se è intrappolato nel corpo di un uomo. Nel momento in cui la giuria gli consegnava il premio giungeva la notizia che all’aeroporto di Parigi, di ritorno verso Kabul, Qurban Ali Afzali, fingendo di avere perso il passaporto si attardava rispetto al resto del gruppo di attori con cui viaggiava e chiedeva asilo politico. E noi oggi vogliamo immaginarlo sorridente come era a Bologna e libero finalmente di poter dare sfogo ad ogni suo desiderio.

 

Playlist puntata:

I will follow you into the dark – death Cub for Cutie

Dreaming – Mayer Hawthorne

Ten million slaves – Voodoo Skank

Hope there’s someone – Antony & the Johnsons

 

Prima storia: Frasassi di Giancarlo Cappanera

Frasassi-2-6Fin da ragazzo sono stato attratto dalle storia di grotte misteriose e dai suoi tesori (naturali e non) lì celati. Proprio alla fine degli anni Sessanta, dopo alcune fantozziane escursioni fatte spingendo in grotta i miei amici più cari riuscii ad entrare a far parte del Gruppo Speleologico Marchigiano di Ancona. Un giorno di settembre del 1971, ritornando a casa in treno incontrai Rolando Silvestri, un giovanissimo partecipante al corso di speleologia da me tenuto. Durante il tragitto verso Ancona, parlammo di tante cose, naturalmente di grotte e del fatto che da qualche tempo non frequentava con continuità le lezioni. Rolando rispose con una serie di scuse poco convincenti, poi mi disse: ͞Sai Giancarlo, non è vero che ho dimenticato la speleologia; alcuni giorni fa sono stato a Genga e mi sono arrampicato fino all’altezza del Foro degli Occhialoni, ma nel versante opposto della Gola di Frasassi. Ho trovato dei piccoli buchi che entravano nella roccia, uno in particolare ci è sembrato che proseguisse͟.

Frasassi-11Conoscevo bene quella zona, ma buchi ͞di particolare interesse͟ non ne avevo mai visti. L’ostinazione con la quale Rolando insistette, anche nel dubbio, mi fece sorgere alcuni sospetti che allora non avrei mai confidato a nessuno per il timore di essere giudicato un credulone. Accantonando le mie presunzioni e senza una motivazione sostenibile, feci allora l’atto di fiducia umana più ispirato della mia vita: organizzai per il sabato successivo una estemporanea spedizione di ricerca nell’ambito del Corso di Speleologia. Era sabato 25 settembre 1971 quando la spedizione da me guidata, dopo avere verificato anche altre piccole aperture, si concentrò sul buco principale trovato da Rolando Silvestri che si era presumibilmente aperto per lo scivolamento del terreno di riporto, essiccato dalla calda estate. Il foro sembrava una tana con un’entrata dal diametro grande circa come un volante di una macchina e, dopo averlo liberato a mani nude dalla terra e sassi che ne ostruivano l’angusto ingresso, constatammo che sembrava veramente inoltrarsi direttamente all’interno della montagna.

fab05Con molta difficoltà strisciammo dentro un ambiente che si allargò fino a diventare grande poco più di una stanza. L’entusiasmo mio e dei compagni crebbe immediatamente e ci mettemmo subito a vedere se esisteva una prosecuzione che però non fu trovata. Nella stanza non si apriva nessun cunicolo percorribile. Era giunta l’ora del pranzo, così, tutti sudati e un po’ delusi, ci sedemmo appoggiandoci alle pareti della stanza. Chi come me stava seduto nella parte più interna ebbe un’immediata sensazione di freddo dietro la schiena. Non riuscii a finire di commentare il fatto che il fumo delle sigarette, fumate da due di noi, sidisperse  troppo rapidamente nonostante l’entrata dall’esterno fosse molto piccola, quando tutti insieme gridammo: ”C’è circolazione di aria !!! la grotta ha una prosecuzione molto grande!!” Con le sigarette accese, dopo avere dato una boccata di fumo profondissima spalancammo ad uno ad uno la bocca a ridosso della parete dove ero appoggiato poco prima, constatando, senza ombra di dubbio, che il fumo veniva disperso violentemente a causa di un forte pass aggio d’aria che fuoriusciva da alcuni piccoli fori. Impazziti dalla gioia concentrammo tutte le nostre luci in quel punto e verificammo che la parete era completamente composta da materiale di riporto fortemente compattato. Iniziammo subito a scavare con i pochi attrezzi a disposizione. Sempre più emozionato, con i brividi che non mi abbandonavano, sentivo addosso la responsabilità di una ͞cosa͟ ancora sconosciuta ma che il mio intuito da speleologo immaginava già grandissima. Dopo un giorno e una notte di frenetico lavoro, nel corso della domenica 26 sfondammo il diaframma di circa due metri del fronte di frana che ostruiva il passaggio del Vento.  Nessuno riuscì ad infilarsi dentro lo strettissimo buco che eravamo riusciti ad aprire. All’interno non si vedeva quasi nulla, intravedemmo solo una piccola porzione di parete anche perchè il vento era tornato a circolare in maniera così violenta che spegneva tutte le lampade ad acetilene ed impediva quasi di tenere gli occhi aperti.

Fra-dallaltoEravamo certi di avere intrapreso la via per entrare all’interno della montagna. Urla, preghiere, salti incontrollati e una gioia incontenibile ci pervase. Sabato 02 ottobre Fabio Sturba, il nostro più bravo esperto in strettoie, liberandosi di quasi tutti i vestiti e con un coraggio da leone, riuscì ad entrare faticosamente nel buco. Dopo alcuni istanti di silenzio assoluto, avendolo visto scomparire, preoccupati urlammo il suo nome. Ancora secondi di terribile silenzio, poi sentimmo Fabio che… rideva a crepapelle!!! “Continua, continua ragazzi! …potete entrare tutti…!” Arrivati urlando in un grande balcone, poi battezzato “Sala del Trono”, scendemmo, anzi ci… gettammo in un pozzo di circa 10 metri alla cui base, poco dopo, raggiungemmo un enorme buio baratro: eravamo giunti sul Pozzo poi chiamato, per acclamazione, ed in onore della nostra città, “Ancona”. Dopo il ripetuto rituale “lancio del sasso” tendente a stabilirne approssimativamente la profondità calcolando i secondi intercorsi prima dell’impatto sul fondo, ci rendemmo conto che approssimativamente il salto era di oltre 100 metri. Avevamo raggiunto il cuore della grotta, molti di noi piangevano dall’emozione, ed io non dimenticherò mai la felicità che prorompeva dai volti dei miei compagni. In quei momenti, risuonavano in me le parole che tante volte avevo pronunciato percorrendo a naso in su la Gola di Frasassi: “Beati coloro che entreranno per primi nel “grande vuoto” di Monte Valmontagnana!!” In nessuno dei miei sogni avevo lontanamente immaginato di potere essere io uno dei predestinati. Mi piace ora ricordare che nella settimana successiva, molti di noi, io compreso, fummo colpiti da violenti attacchi di febbre in assenza di una patologia manifesta che , in seguito, anche qualche medico ipotizzò essere la conseguenza della fortissima emozione provata.

grotte-di-frasassiFinalmente sabato 16 ottobre io, Bolognini, Sturba e Gambelli, effettuammo la prima grande spedizione esplorativa calandoci d al pozzo “Ancona” per 120 metri nel vuoto. La grotta ci aspettava da circa 1.400.000 anni. Per prime incontrammo giganti stalagmiti alte più di 20 metri poi abbagliati dalle splendide, candide visioni che da ogni lato ed in ogni direzione si presentavano di fronte a noi, vagammo ammutoliti camminando su immacolati pavimenti di cristallo. Terminata questa prima esplorazione, raggiungemmo sfiniti la scaletta per ritornare fino al ciglio del pozzo dove, con grandi sforzi e battendo il tempo con il titolo della canzone allora in voga “Brigitte Bardot”, gli altri compagni facilitarono la nostra faticosa risalita, che durò circa 30 minuti, tirando la corda a cui eravamo assicurati.

il risultato del nostro lavoro è stato il punto di partenza per il riscatto economico del territorio di Genga (AN), già allora tanto bello ma poverissimo che, in seguito alla nostra scoperta, si è sviluppato in una comunità molto prosperosa traendo profitto dal fatto che le Grotte di Frasassi, oggi aperte al pubblico, sono divenute uno dei poli più importanti del turismo marchigiano, oltre che un vanto del nostro patrimonio naturalistico italiano tanto da essere visitate da oltre 300.000 turisti ogni anno.

 

Seconda storia: Lola, la schiava della mia famiglia

cover_custom-422aaaa69ce0e8ef77f64382d0df7bc82a6b3577-s300-c85“La donna con cui sono cresciuto, e che mi ha insegnato gran parte delle cose che mi hanno reso l’uomo che sono si chiamava Eudocia Tomas Pulido, ma noi la chiamavamo Lola. Era minuscola con una pelle scura e gli occhi a mandarlo che riesco ancora ad immaginare guardando i miei.
Il suo nome l’ho imparato molto prima di quanto abbia imparato a dire “mamma o papà”. Quando ci trasferimmo negli Stati Uniti però iniziai ad avere dei dubbi: interrogativi riguardo Lola e al suo ruolo nella mia famiglia iniziarono a sorgere.
I miei genitori erano molto duri con Lei, spesso mamma alzava la voce incolpandola del fatto che la casa era sporca o che noi bambini fossimo in disordine, e io non tizon1_wide-276859d99e33d21cc5cc03f2df19f0f0ee0d4ee7-s900-c85capivo perché, non capivo perché i miei genotipo fossero così gentili con me e i miei fratelli e cattivi con Lola. Avevo 11 anni o forse 12 quando per la prima volta sentii usare la parola “schiava”, fu mio fratello Arthur a pronunciarla parlando di Lola. Io non volevo crederci ma lui duramente mi disse “conosci qualcun altro che vive ed è trattata come lei?”

1920La storia che vi stiamo raccontando è uscita sul numero di giugno della rivista americana The Atlantic. “My family’s slave” è il lungo reportage autobiografico scritto da Alex Tizon, vincitore del Premio Pulitzer 1997, morto improvvisamente lo scorso marzo a 57 anni. Racconta la storia di Lola, la governante dei genitori di Tizon, portata negli Stati Uniti negli anni sessanta, costretta a lavorare senza giorni di riposo e senza stipendio e sottoposta a continue umiliazioni. Si tratta forse della storia più potente pubblicata nel 2017, vi consigliamo di prendervi un po’ di tempo, mettervi comodi, e ascoltarla in podcast o leggerla in lingua originale.

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