208: Imprese dimenticate – 28/07/17

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Stasera raccontiamo di un salto di un fosso in bicicletta e di un grande campione di ciclismo che nessuno conosce.

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Playlist puntata:

Blister in the Sun – Violent Femmes

High Flyin’ Bird – Jefferson Airplane

Heartaches and pain – Charles Bradley

Hold on – Alabama Shakes

 

Prima storia: Quella volta che volai di Gianluca Alfonsi

77288Avevo ripassato mentalmente ogni singolo movimento. Era il mio chiodo fisso, dal mattino quando mi svegliavo, alla sera prima di addormentarmi. Mi vedevo già in sella alla mia fidata bici da cross prendere una veloce rincorsa, arrivare sul ciglio del fosso, dare un ultimo colpo di pedale facendo contemporaneamente forza con il busto e le braccia in modo che la ruota davanti si impennasse,staccarmi dal trampolino naturale leggermente rialzato rispetto all’altra sponda, superare il rivolo d’acqua e atterrare dall’altra parte con una derapata tra gli applausi di tutti. Fantastico. Maurizio c’era riuscito solo qualche giorno prima,”Scommettiamo che riesco a superare la bealera?”Mi aveva detto deciso. Io l’avevo guardato scettico indicando la sua bicicletta “Con quella?”. E l’aveva fatto, su una graziella pesantissima color senape, senza il minimo sforzo. Il nostro rapporto di amicizia era basato sulla complicità, eravamo compagni e assieme ci sentivamo invincibili. Tra noi c’era anche molta competizione, il bisogno di sfidarci, quasi a voler creare una gerarchia. Eravamo compagni di classe, Maurizio eccelleva in tutto, io me la cavavo ma partivo battuto. Allora si combatteva su qualsiasi cosa comprendesse una classifica, corsa, calcio, pattini qualsiasi attività insomma. Alle volte vincevo, altre mi superava lui. Ma questa ultima prova era stata veramente unica. Avevo timore di non riuscire a farcela. Il fosso o bealera in piemontese era un rigagnolo d’acqua che attraversava longitudinalmente il prato di fianco al caseggiato dove abitavo. Le sue acque, tendenti al marroncino, comparivano improvvisamente da un tubo di cemento al limitare della strada, percorrevano in lieve pendenza quel brullo terreno scampato ancora per poco all’edilizia e scomparivano in un’altra condotta posta al limite opposto, proprio dove sorgevano i nuovi fabbricati del rinomato villaggio fiat. Il quartiere dormitorio nato tra i campi e abitato da migliaia di operai e dirigenti della fabbrica per eccellenza. Da dove venisse quell’acqua nessuno aveva idea, appariva all’improvviso e si disperdeva chissà dove lasciando solo un leggero odore di trielina . Qualcuno sosteneva che fosse il residuo di lavorazione di qualche conceria posta in qualche luogo imprecisato..Ma non era notizia certa. I miei genitori come quelli dei miei amici avevano dato il divieto assoluto di avvicinarsi a quelle acque misteriose. Ma si sa che il divieto a quell’età equivale a un permesso di trasgredire. C’era stato anche un caso eclatante. Un giorno d’estate un bambino che conoscevo preso dall’arsura aveva bevuto quell’acqua. Dopo il fatto era sparito per molti giorni. Quando lo rividi gli chiesi dove fosse finito,era ancora pallido e provato”Ho avuto una brutta malattia”mi aveva confidato quasi vergognoso di quanto successo”Il dottore dice che era dovuta all’acqua che ho bevuto”.

Negli anni settanta, in quella cittadina della cintura torinese dove sono cresciuto vivevamo una trasformazione epocale,tutto cresceva a ritmo vertiginoso compreso il nostro paese di adozione che non aveva un nome vero e proprio ma prendeva spunto dalla distanza che intercorreva tra esso e la città di Torino. Settimo torinese nel giro di un decennio si era trasformato da piccolo borgo agricolo a cittadina industriale,con annessi e connessi, immigrazione massiccia da tutti i luoghi del paese, fabbriche che aprivano tutt’attorno e che ammorbavano l’aria con le loro ciminiere alte e sempre in funzione giorno e notte. A ore fisse il richiamo delle sirene delle industrie attraversava le vie e le donne regolavano gli orologi su quel suono. Le gru dei cantieri sorgevano a decine simbolo di quella modernizzazione impetuosa. Lì in mezzo c’eravamo anche io, Maurizio e gli altri coetanei, tanti ma proprio tanti, scorrazzanti e vocianti per tutti i cortili di quell’immenso bubbone che stava fiorendo selvaggiamente. E al centro di tutto c’era il fosso e la mia sfida. Era un giorno di Giugno sfavillante,la scuola era finita da poco e davanti a me si profilavano tre mesi di beneamato far nulla. Alle dieci di mattina ero già fuori, la testa impegnata dall’impresa che stavo per compiere. Andai in garage e sollevai con cautela la saracinesca in modo che nessuno sospettasse ciò che ero in procinto di fare.

 

Lei era lì che mi aspettava come un cavallo scalpitante. Rimirai per un attimo lo stato del mezzo, tastai i pneumatici per saggiarne il gonfiaggio. La bici da cross  a quei tempi era uno status simbol, la compagna fedele delle scorribande. Non era una due ruote normale, era fatta apposta per compiere guai. Sedile allungato,forcelle rinforzate manubrio con impugnatura molto larga,gomme con battistrada in rilievo, quasi come una moto ma a trazione umana. Non montai in sella subito, feci il tragitto verso il prato accompagnando la bicicletta a mano, come se quel momento non fosse che un interludio a ciò che sarebbe seguito. Quella doveva essere la prova generale, in assenza di pubblico. Mi guardai intorno in caso che da qualche finestra dei caseggiati vicini qualcuno mi stesse osservando nessuno. Arrivai al punto stabilito per la rincorsa, inforcai la bici, esitai un attimo e partii. Pedalavo il più veloce possibile per prendere velocità così arrivai al trampolino in un istante. Stavo per dare il colpo di pedale che mi avrebbe fatto impennare, ma tra me e la gloria c’era un grosso sasso, lo vidi all’ultimo momento quando mi ero già dato lo slancio per planare dall’altra parte. La ruota davanti si bloccò improvvisamente e io mi trovai proiettato in aria. Volavo letteralmente, per un attimo non capì più dov’ero, cielo e terra confusi,attraversai la bealera a velocità sorprendente, leggerissimo, una sensazione bellissima che durò una frazione di secondo ma che mi rimase impressa per sempre.

 

Poi, atterrai, battendo fortemente di pancia la terra. L’impatto era stato molto forte, non riuscivo a respirare e per un attimo pensai sto morendo, provai ad alzarmi feci due passi cercando di espandere i polmoni ma niente l’aria non entrava, mi ributtai in terra. Provai a chiamare aiuto, ma come avevo desiderato prima attorno non c’era nessuno che potesse ascoltarmi, che brutta fine. E invece dopo qualche attimo di terrore il torace ricominciò ad espandersi e l’aria rientrò nei polmoni. Ero vivo, andai verso la bicicletta pronto con la paura di trovarla distrutta,invece la mia fida non si era fatta nulla. Sono passati anni e a parte lo spavento, ancora ricordo quella sensazione di essere in aria leggero e veloce come un dio. Era stata una bella esperienza anche se finita con una sconfitta perché quel tentativo non lo rinnovai più. Mi è rimasto solo un rammarico. Nessuno mi ha visto volare

 

Seconda storia: Il campione dimenticato

51u6vxpAmFL._SY445_Un Giro d’Italia l’aveva già conquistato l’anno prima. Non bastava però. Perché c’erano i “se”, e erano tanti. Giovanni Valetti convisse un’estate, un autunno, un inverno e poi ancora una primavera con tutti questi “se”. Con quella grande ombra sulla sua vittoria. Non era bastato aver superato tutti gli altri, dominando quell’edizione del Giro. Per giovanni fu un sollievo l’arrivo del 28 aprile, il giorno della partenza. La prima tappa partì allo scoccare delle undici da piazza del Duomo e finalmente sarebbe stata per lui una liberazione, finalmente avrebbe avuto la possibilità di fugare ogni dubbio sulla sua vittoria dell’anno prima.
Stiamo raccontando la storia di Giovanni Valetti, un ciclista che, nonostante vinse due giri d’Italia e sconfisse nientemeno che Gino Bartali, rimane sconosciuto ai più. Noi abbiamo scoperto la sua storia grazie al documentario “Valetti. Il Campione Dimenticato” di Damiano Monaco. Qui trovate il trailer:

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