209: Improvvisamente dal cielo – 29/06/17

Der deutsche Pilot Mathias Rust, der am 13. Mai 1987 mit einer einmotrigen Cessna auf dem Roten Platz in Moskau gelandet ist, sitzt nach Beendigung seiner 432 Tage dauernden Haft in der UdSSR in einem Flugzeug von Moskau nach Frankfurt am Main (Foto vom 03.08.1988). Kremlflieger Mathias Rust bezeichnet seine spektakulaere Landung in Moskau vor 25 Jahren im Nachhinein als unverantwortlich. "Damals, mit 19 Jahren, mit meinem Elan und meiner politischen Ueberzeugung, war es fuer mich das einzig Richtige, was ich tun konnte", sagte der 44-jaehrige Pilot dem Magazin "Stern". "Ich wuerde es sicherlich nicht mehr tun und meine Plaene nicht mehr fuer realistisch halten", fuegte Rust hinzu.
Foto: EuroAPHS/dapd

Stasera raccontiamo la storia di un aereo che tutti ricordiamo e del ragazzo che atterrò sulla Piazza Rossa.

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Pippo lo chiamavano, gli anziani lo raccontano ancora oggi, quelli che erano bambini durante la seconda guerra mondiale ancora ripetono al frase “arriva il Pippo, arriva il pippo” e tutti giù nei rifugi antiaerei, o nei campi se si era in campagna a nascondersi nei fossi in mezzo al grano. Il Pippo era il nome che le popolazioni del Nord Italia avevano dato ai cacciabombardieri delle forze alleate che bombardavano i tedeschi nell’utlima fase della guerra. Si muovevano in gruppi di 5 aerei ma  tra le convinzioni più diffuse c’era quella che si trattasse di un solo aereo. gli attacchi dei “Pippo” furono molte centinaia. La stampa fascista sposava la tesi di un unico aereo sfuggito alle maglie della contraerea che veniva definito il “Molestatore Volante”. Ciclicamente apparivano notizie sull’avvenuto abbattimento del molestatore in varie località del Nord Italia. Ma alla fine il Pippo aiutò a liberare il paese dal nazifascismo.

 

Playlist puntata: 

Skylarking – Horace Andy

Wind of change – Metalachi

Madagascar-Roumainia (Tu Jesty Fata) – Gogol Bordello

How the west was won and where it got us – R.E.M.

Go West – Pet Shop Boys

 

Prima storia: Un aereo in testa di Andrea Coccioni

DWF15-1152445.jpg--shocked_new_yorker_watches_the_world_trade_center_on_september_11__2001Nei primi anni Duemila ero intorno ai trent’anni e lavoravo per una società milanese di consulenza e formazione. Il mio compito era di tenere dei brevi corsi (una, due settimane) presso vari clienti, su argomenti di tecnologia industriale, solitamente con lo scopo di riqualificare gli operai di una fabbrica, spesso durante periodi di “magra” che altrimenti avrebbero comportato la cassa integrazione o altre misure poco simpatiche. Ero quasi sempre in albergo, lontano da casa, una vita solitaria e raminga che mi annoiava profondamente. C’era però qualche lato positivo: potevo vedere da vicino i processi produttivi di tantissimi oggetti della vita quotidiana: ho visitato in pochi anni stabilimenti meccanici, siderurgici, alimentari, elettronici, per la lavorazione del legno, della plastica, e chi più ne ha più ne metta. Ho visto come si fanno i biscotti che si inzuppano la mattina nel caffellatte, come si assembla il motorino elettrico del frigorifero, come si imbottiglia l’acqua minerale o l’olio d’oliva; ho visto fresare gli ingranaggi del cambio di un’auto, forgiare l’assale di un camion, tagliare la barra di silicio purissimo da cui si ricavano i microchip.

 

solitamente la mia settimana iniziava con una giornata di conoscenza in cui mi presentavo e chiedevo ai miei allievi (spesso più anziani di me) di mostrarmi il processo produttivo a cui lavoravano. La gente è sempre contenta di mostrare e spiegare il proprio lavoro, per duro che possa essere, e le aziende di solito sono abbastanza aperte e collaborative sotto questo aspetto. Ci fu però un’occasione in cui le misure di sorveglianza e riservatezza erano un po’ più restrittive del solito: fui inviato a Bolzano, presso una fabbrica di mezzi militari, per un corso di “lettura del disegno tecnico” che serviva a migliorare l’efficienza degli operai addetti alle lavorazioni meccaniche. Non che ci fosse una segretezza assoluta, anzi, mi fu dato del materiale su cui lavorare e mi fu consentita comunque una breve visita ai reparti. Però le modalità per muoversi all’interno dell’azienda erano più stringenti e rigide: ogni giorno, all’entrata, dovevo firmare un registro e consegnare un documento, che mi sarebbe stato restituito all’uscita. Era possibile che mi chiedessero di ispezionare la mia valigetta. Cercavo di svolgere questa piccola cerimonia alla portineria con una cortesia formale ma impeccabile, da bravo torinese. Una mattina iniziò a ronzarmi un pensiero nella testa, mentre gli allievi del corso svolgevano un’esercitazione. Per qualche strana concatenazione casuale d’idee, come capita a volte nei momenti di noia, cominciò a rimbalzarmi nella mente il nome Rust, forse per associazione con l’acciaio, oggetto dei disegni su cui stavamo lavorando: acciao – ferro – ruggine – rust. Mathias Rust. Lo ricordate? Il giovanissimo aviatore tedesco che nel 1987 sfidò l’Unione Sovietica e andò ad atterrare direttamente sulla Piazza Rossa di Mosca con un piccolo aereo da turismo. Non riuscivo più a levarmelo dalla testa.

 

Conclusi la giornata in aula alla meno peggio. Passai dalla guardiola della portineria e, meccanicamente, recitai il mio cognome per riottenere la carta d’identità che avevo consegnato al mattino. C’era un silenzio inconsueto. I due custodi in divisa avevano un’aria strana, un’espressione a metà tra l’imbarazzo e l’inquisizione spagnola. Me ne andai con una sensazione d’irrequietezza e mi avviai attraverso la periferia industriale di Bolzano Sud in direzione della fermata d’autobus da cui sarei rientrato in albergo. Cercai di non pensarci più. Alzai gli occhi al cielo: era una bella giornata di fine estate, fresca, il cielo velato da nubi sottili scaraventava nuovamente i miei pensieri in direzione di Mathias Rust e del suo volo sulla Russia. Ricordavo poco di lui: che era molto giovane, praticamente un mio coetaneo (e io a 18, 19 anni, mai mi sarei sognato di prendere un brevetto aereo); che erano i tempi della guerra fredda, della minaccia nucleare sempre presente; ma anche di Gorbaciov e della sua apertura all’occidente, della glasnost e della perestroika. Ricordavo vagamente le immagini del telegiornale, poche inquadrature sfocate dell’aereo sulla Piazza Rossa, con la gente intorno e la foto, fissa, del giovane occhialuto Mathias, probabilmente una fototessera diffusa chissà come dalle agenzie di stampa. E pensavo che mi sarebbe piaciuto vedere un film su quella storia, e dentro di me iniziavo a immaginarne la sceneggiatura, una sceneggiatura fatta di niente, di immagini poetiche di un piccolo aereo in volo su una sterminata campagna pianeggiante, che contrastava con il paesaggio montagnoso che avevo intorno, mentre tornavo in autobus verso l’albergo, in centro alla città altoatesina. Era un pensiero liberatorio, finalmente.

In questo stato d’animo arrivai in hotel, bramoso di salire in camera, darmi una rinfrescata e distendermi un po’. Alla reception chiesi la mia chiave: il concierge me la passò distrattamente. Intorno, lo stesso strano silenzio che mi aveva inquietato alla portineria della fabbrica. Salii in ascensore, entrai nella mia stanza, mi tolsi le scarpe e la giacca e, meccanicamente, accesi la tv. Pensavo di vedere la Rai e invece c’erano le immagini della CNN. Non ci capivo niente. Fumo e distruzione, sottofondo in inglese e la voce di una giornalista italiana che parlava, parlava concitatamente senza dire nulla di sensato. Mathias Rust e il suo piccolo aereo sparirono in un minuto. Telefonai alla mia fidanzata di allora, come ogni giorno, ma invece delle solite parole tenere, le chiesi di darmi qualche spiegazione su quello che stavo vedendo in televisione. Cos’era, una fiction? Un esperimento alla Orson Welles sulla guerra dei mondi? Lei era in lacrime. “No, è tutto vero. Hanno preso degli aerei e li hanno dirottati per farli schiantare sulle torri gemelle, a New York…” Era l’11 settembre 2001.

La storia del mondo intero era ripartita in un modo che non avrei mai sperato di vedere.

 

Seconda storia: Il ragazzo che atterrò sulla Piazza Rossa

“Avevo diciannove anni, la guerra fredda divideva il mondo. Col mio piccolo Cessna decisi di vivere e far volare il mio sogno: un volo dall’Occidente alla Piazza Rossa. Come gesto di pace: un volo come un ponte simbolico tra i due mondi. Lo rifarei: a volte anche un po’ d’incoscienza giovanile serve a svegliare il mondo, giova alla realtà.” Riassume Mathias Rust che oggi è un uomo di 50 anni, quel gesto assurdo e rivoluzionario, atterrare con un piccolo aereo sulla piazza rossa Il 28 maggio del 1987.

Per chi, per età, non avesse mai sentito questa storia e anche solo perché si tratta di un’impresa straordinaria stasera vi raccontiamo proprio la storia di Mathias Rust!

Noi l’abbiamo letta su Ilpost.it, in un articolo che vi consigliamo di leggere!

Ecco anche un bellissimo contributo di Rai Storia: http://www.raistoria.rai.it/articoli/il-clamoroso-gesto-di-mathias-rust/13186/default.aspx

 

Qui vedete Mathias Rust oggi:

E le splendide foto di allora

MOSCOW, RUSSIA - SEPTEMBER 4:  A 19-year-old West German private pilot Mathias Rust (C) arrives 04 September 1987 in a Moscow's court. Mathias Rust flew the four seater Cessna aircraft single-handed 28 May 1987 through the Soviet Union's air defences from Helsinki to Moscow, before swooping over the Kremlin, the Lenin's Mausoleum and St. Basil's Cathedral and putting the aircraft down on the upward slope near the Kremlin Wall on the Red Square. Rust got out of the cockpit and signed autographs for an amused and amazed crowd of Russian before being arrested by the police. 04 September 1987, he was sentenced to four years in a labour camp for violating Soviet airspace.  (Photo credit should read SYLVIA KAUFMAN/AFP/Getty Images)

MOSCOW, RUSSIA –  (Photo credit should read SYLVIA KAUFMAN/AFP/Getty Images)

File - (AP)  Landung auf dem Roten Platz. Mit dieser Cesna 172 B ist der 19jaehrige Bundesbuerger Mathias Rust am Donnerstag (28.5.) auf dem Roten Platz in Moskau gelandet. Der junge Flieger kam aus Helsinki. Ueber die Motive seines Flugs, der von der sowjetischen Luftabwehr nicht unterbunden wurde, war zunaechst nichts bekannt. (AP-Photo) 28.5.1987

(AP-Photo) 28.5.1987

Mathias Rust, the young West German pilot who landed on the Red Square in Moscow, Russia, last year May 13, 1987, passes a customs officer after landing in Frankfurt am Main, West Germany, August 3, 1988. He served 432 days in jail of his four-year sentence. Rust was pardoned by an act of mercy of the Supreme Soviet. (AP Photo)

(AP Photo)

ARCHIV: Die einmotorige Cessna des Deutschen Mathias Rust steht am 28. Mai 1987 vor der Basilius Kathedrale auf dem Roten Platz in Moskau. Rust glaubt 25 Jahre nach seiner spektakulaeren Landung in Moskau fest daran, dass er den Lauf der Geschichte veraendert hat. "Nuechtern gesehen waere die Reformpolitik des spaeteren sowjetischen Praesidenten Michail Gorbatschow ohne meinen Flug nach Moskau schon sehr bald ins Stocken geraten", sagte Rust der "Neuen Osnabruecker Zeitung". "Mit Sicherheit hat meine Landung Gorbatschow in die Haende gespielt." Foto: AP/dapd

Foto: AP/dapd

Der deutsche Pilot Mathias Rust, der am 13. Mai 1987 mit einer einmotrigen Cessna auf dem Roten Platz in Moskau gelandet ist, sitzt nach Beendigung seiner 432 Tage dauernden Haft in der UdSSR in einem Flugzeug von Moskau nach Frankfurt am Main (Foto vom 03.08.1988). Kremlflieger Mathias Rust bezeichnet seine spektakulaere Landung in Moskau vor 25 Jahren im Nachhinein als unverantwortlich. "Damals, mit 19 Jahren, mit meinem Elan und meiner politischen Ueberzeugung, war es fuer mich das einzig Richtige, was ich tun konnte", sagte der 44-jaehrige Pilot dem Magazin "Stern". "Ich wuerde es sicherlich nicht mehr tun und meine Plaene nicht mehr fuer realistisch halten", fuegte Rust hinzu. Foto: EuroAPHS/dapd


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