211: L’oggetto del desiderio – 03/07/17

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In una puntata che si intitola “L’oggetto del desiderio” raccontiamo la storia di una banana e di un paio di sandali di cuoio.

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La signorina Silvani era una giovane donna single che lavorava alla ragioneria della Megaditta, l’azienda per cui era impiegato il Ragionier Ugo Fantozzi. I capelli rossi e ricci, l’aria truce ma seducente, La Silvani era in grado di portare gli uomini in paradiso con uno sguardo e subito dopo farli sprofondare all’inferno con un insulto orribile. Nel secondo tragico Fantozzi, si sposò con il geometra Calboni, ma a causa dell’infedeltà del marito la Silvani tornò presto single. La Silvani sarà sempre un pallino di Fantozzi, che la adorerà e la venererà anche quando lei gli farà credere di aspettare un figlio da lui estorcendogli 5 milioni di lire che userà per un’operazione di chirurgia estetica nel tentativo di ritrovare la sua beltà ormai quasi perduta. Iniziamo con la storia della signorina Silvani che è stata l’oggetto del desiderio del Ragionier Fantozzi in onore al genio di quell’artista che è stato Paolo Villaggio che come sapete è mancato proprio oggi.

 

Playlist puntata: 

Badminton – Sweet Baboo

Banana Pancakes – Jack Johnson

Lonely telephone – Just Jack

Girl 6 – Prince & the New Power Generation

 

Prima storia: Banana di Gianpaolo Serra

banane-chapeauSolo  recentemente  ho  imparato  a  sbucciare  la  banana.  Io  ho  sempre  levato  la buccia,  se  sono  in  casa,  dandole  un  piccolo  morso  sulla  punta  e  poi  aprendola:  se invece  sono  fuori  casa  o  in  ristorante  facevo  la  stessa  cosa  usando  il  coltello.  Mi  è stato fatto osservare che basta prendere il picciolo, quella parte del frutto che la tiene attaccata alla pianta, piegarlo all’interno con  un  gesto secco, et voilà, il  gioco è fatto. Niente  da  fare:  ci  ho  provato  innumerevoli  volte,  ma  praticamente  finisce  che  la banana  mi  si  spappola  in  mano.  Sono  tornato,  ob  torto  collo,  al  metodo  del  morso. Ora  io  e  le  banane  abbiamo  avuto  sempre  un  rapporto  di  conflitto  fin  dalla  prima volta  che  ne  ho  visto  una.  Credo  che  avessi  sei  anni.  Ero  in  prima  elementare  a Orune, un ridente e ventoso paesello a venti chilometri o poco più da Nuoro. A casa si mangiava sempre la frutta di stagione che si buscava in campagna, o comunque frutta fresca  sarda.  A  scuola  però  notai  che  un  compagnetto,  mi  sembra  si  chiamasse Roberto  Nonosochè,  all’ora  della  ricreazione  tirava  fuori  dalla  cartellina  (allora  gli zainetti  non  esistevano…)  uno  strano  frutto  giallo  ricurvo.  Siccome  lui  non  era  uno zoticone  come  noialtri,  bensì  il  figlio  coccolato  e  infame  di  un’altra  maestra,  lui prendeva il  frutto misterioso e andava a consumarlo  in classe della sua  mammina.  Io un  giorno presi coraggio e gli chiesi cos’era quella roba, e lui  mi disse, agitandomela sotto il naso, che era una banana, e che non era roba per tutte le tasche. Su santu chi tireghet  las  letrancas!  Aspettai  qualche  giorno  e  architettai  insieme  ad  un  altro compagnetto lestofante, un certo Tola, il furto della banana. Appena Roberto si staccò dal  suo  banco,  io  che  gli  stavo  a  fianco,  aprii  lesto la  sua  cartella  e  pignorai  il  frutto delle  meraviglie,  ficcandomelo  sotto  il  grembiule.  All’ora  della  ricreazione  feci  un cenno  a  Tola.  Lui  capì  all’istante  e  ce  ne  andammo  in  bagno  a  gustare  la  fatidica banana. Entrammo  dentro  il  cesso  e  tirai  fuori  il  frutto  maltolto.  Il  primo  morso  ovviamente spettava a me che avevo combinato “sa balentìa”. Addentai la banana, masticai un pò,  e  la  risputai  immediatamente.  Era  un  schifo.  Ma  guarda  un  po  tu  questi  ricchi  che porcherie  si  vanno  a  ingurgitare! Sa  peste  nighedda  chi  boche  boghet!  Passai  la banana  a Tola,  che  mi  guardò  mezzo  schifato,  e  vista  la  mia  reazione,  non  la  morse, ma  la  buttò  senza  esitare  dentro  il  bagno  turco.  Ora,  la  verità  era,  che  nessuno  ci aveva spiegato mai che la banana andava sbucciata, nè tantomeno avevamo mai visto Roberto  Nonsochè  mangiarla  al  nostro  cospetto,  visto  che  andava  a  consumarsela quasi furtivo dalla sua mammina maestra di scuola. La banana mangiata con la buccia era veramente orripilante!  Insomma,  quando  anni  dopo  ,  scoprii  che  si  sbucciava  prima  di  mandarla  giu  per  il gargarozzo, fu ed è un frutto che mi piace molto, ma non ho mai imparato a levarle la buccia…

 

Seconda storia: L’importanza di avere i volumi giusti

19601616_840357256114761_6507955030801432832_n“La soluzione mi è apparsa davanti agli occhi dentro un bar, affissa a una bacheca. Cercavano una modella per una scuola di disegno, e pagavano 13 euro all’ora. Chiamare il seguente numero per maggiori informazioni. Ho chiamato.
Bisogna a questo punto chiarire che il livello di autostima della sottoscritta non veleggia mai su vette elevate, e quella non era epoca di eccezioni. Nonostante questo ho deciso di provare: da quel che sapevo, alle modelle per il disegno non è richiesto essere gnocche colossali, ma avere un corpo.
In sostanza sono andata a piedi in jeans, top aderente e bassa autostima a un appuntamento che prevedeva lo spogliarsi”.

In una puntata che si intitola “L’oggetto del desiderio” la seconda storia è la storia di Silvia che voleva guadagnare qualche soldo ai tempi dell’università, e un giorno scoprì di avere “i volumi giusti”, almeno per posare come modella per una classe di disegno. Noi abbiamo scoperto la sua storia su Abbiamo le prove, dove vi consigliamo di leggere tutto il racconto!

 

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